«Dite a mio padre che re o fuggiasco, vincitore o vinto, possente o misero, proferì la principessina, ha in me la figlia più sommessa ed amorosa.
«Lo so, lo so», rispose di Winter toccando con le labbra la fronte ad Enrichetta.
Poi se ne andò senza che alcuno lo accompagnasse, traversando i vasti appartamenti bui e deserti, ed asciugandosi le lacrime, che sebbene divenuto indifferente mediante i cinquanta anni vissuti in corte, non poteva a meno di spargere al mirare quel regio infortunio a un tempo stesso sì profondo e dignitoso.
XLIII. Zio e nepote.
Lord di Winter era aspettato al portone dal lacchè e dal cavallo. S’incamminò alla propria dimora, pensoso e guardandosi dietro tratto tratto a contemplare la nera e silenziosa facciata del Louvre. Allora fu che vide un cavaliere distaccarsi, per così dire, dal muro, e seguitar lui a qualche distanza, e si rammentò di aver osservato nell’uscir dal palazzo reale un’ombra a un dipresso consimile.
Il servo di lord Winter, ch’era a tergo a questo di pochi passi, esaminava esso pure inquietissimo il cavaliero.
«Tony! chiamò il gentiluomo accennando al domestico di avvicinarsi.
«Eccomi, monsignore».
E il domestico si pose accanto al padrone.
«Avete badato a colui che ci seguita?