«Cercate che fu di lei, e domandatene all’inferno; l’inferno forse vi risponderà».

Mordaunt si avanzò nella stanza sino a trovarsi faccia a faccia con lord di Winter, ed incrociate le braccia, in tuono truce, livido il volto per ira ed affanno, gli disse:

«Io ne ho chiesto al boja di Bethune, e il boja mi ha risposto».

Di Winter cadde sopra una sedia come colpito da un fulmine, ed invano tentò di parlare.

«Sì! non è vero? proseguì il giovane, con queste parole tutto si spiega, con questa chiave si apre l’abisso. La mia genitrice aveva ereditato dal suo consorte, e voi, la mia genitrice, assassinaste! Il mio nome mi assicurava il patrimonio paterno, e voi del nome mio mi degradaste. E poi mi spogliaste de’ miei beni. Ora non più stupisco che non mi riconosciate, non più stupisco che ricusiate riconoscermi! Mal si addice chiamar nepote, quando uno è ladro infame, l’uomo che si rese povero, quando uno è omicida, l’uomo che si rese orfano!»

Questi detti produssero l’effetto contrario a quello atteso da Mordaunt. Di Winter si ricordò qual mostro fosse milady. Surse quieto e grave frenando quasi col suo sguardo severo lo sguardo infiammato del figlio di milady.

«Volete, ei disse, penetrare questo orribile arcano? Or bene! sia pure. Sappiate adunque qual’era la donna di cui oggi venite a chiedermi ragione: essa, secondo ogni probabilità, aveva avvelenato mio fratello, e per aversi la mia eredità si accingeva ad assassinar me. Io ne ho la prova. A ciò che direte?

«Dirò ch’era mia madre!

«Ella fece trafiggere da un uomo, stato in prima giusto, buono, puro, l’infelice duca di Buckingham. Che direte di questo delitto? io ne ho la prova!

«Era mia madre!