«È un eroe! non l’ho perduto un momento di vista... Bella cosa, o signore, è il chiamarsi Condé e portar così un tal nome!

«Quieto e brillante, non è vero?

«Quieto come alla parata, brillante come in una festa. Quando andammo incontro al nemico movevamo di passo; ci era vietato d’essere i primi a tirare, e marciavamo col moschetto posato sulla coscia verso gli Spagnuoli che stavano sopra un’altura. Arrivati a distanza da loro di trenta passi, il principe si volse ai suoi soldati. «Figliuoli, disse, avrete da soffrire una scarica terribile, ma poi, non dubitate, vi rifarete facilmente su coloro». Era tale il silenzio, che amici e nemici udivano quei di lui detti. Indi alzata la spada gridò: «Suonate, trombe!»

«Bene! bene! all’occasione fareste altrettanto, eh, Raolo?

«Ah! ne dubito, perchè a me quei tratti parvero assolutamente magnifici. Giunti a minor distanza forse di un terzo, mirammo tutti i moschetti abbassarsi come una sola linea splendentissima, giacchè il sole ne faceva rilucere le canne. Ed il principe disse: «Al passo, figliuoli! ecco il momento.

«Raolo, aveste paura? chiese il conte.

«Sì signore, rispose ingenuamente il giovanetto, mi sentii come un gran freddo al cuore, e alla parola: «Fuoco!» che eccheggiò in spagnuolo tra le file nemiche, chiusi gli occhi e pensai a voi.

«Davvero? disse Athos stringendogli la destra.

«Oh sì! nell’istante medesimo furono tali spari che si sarebbe creduto fosse il cielo per aprirsi, e quei che non restarono uccisi, oh! sentirono il calore della fiamma. Io schiusi il ciglio, meravigliando di non essere estinto o per lo meno ferito; un terzo dello squadrone giaceva al suolo mutilato e insanguinato. In quel punto incontrai le pupille del principe, e non badai che a una cosa, cioè ch’ei mi guardava. Diedi di sprone, e mi trovai framezzo ai nemici.

«E Sua Altezza fu contenta di voi?