Il conte di la Fère confessava che non si era aspettato a sì sollecita partenza, ma in lui dileguavasi ogni trista cura considerando che Raolo era contento.

Alle dieci ore tutto era pronto per il viaggio. Mentre Athos guardava Raolo montare a cavallo, venne un lacchè a riverirlo a nome della signora di Chevreuse: era esso incaricato di dire al conte di la Fère che avendo ella saputo il ritorno del suo giovine protetto e il suo contegno nella recente battaglia, le sarebbe caro di fargliene le sue congratulazioni.

«Direte a madama la duchessa, rispose Athos, che il visconte s’incamminava appunto al palazzo di Luynes».

E dopo aver rinnovate le sue raccomandazioni a Grimaud, fe’ cenno a Raolo che poteva partire.

D’altronde, riflettendo meglio, Athos pensava non esser male che in quel momento Raolo si allontanasse da Parigi.

XLV. Un’altra regina che chiede soccorso.

Athos aveva mandato a prevenire Aramis sino dalla mattina, dando la sua lettera a Blaisois, unico servitore che gli fosse rimasto. Blaisois trovò Bazin che indossava la sua giubba da bidello; in quel giorno era di servizio a Nostra Donna.

Athos aveva fatto premura a Blaisois, onde tentasse parlare ad Aramis in persona. Blaisois, giovanotto grande e sempliciotto che non conosceva altro che il comando, aveva quindi domandato dell’abate d’Herblay, e non ostante che Bazin gli protestasse ch’ei non v’era, aveva insistito in tal modo che Bazin si era adirato sul serio. Blaisois vedendo Bazin in abito ecclesiastico non aveva curate le sue negative, ma insistito ben anzi a andare avanti, supponendo colui con il quale aveva che fare dotato di pazienza e cristiana carità.

Ma il Bazin, sempre servitore dei moschettieri quando gli andava il sangue al capo, prese un bel manico di granata, e picchiò Blaisois dicendogli:

«Avete insultata la Chiesa, caro mio, insultata la Chiesa!»