Il Coadjutore se ne tornò alla sua dimora. Era l’un’ora dopo mezzanotte. Aprì la finestra e si chinò ad ascoltare.
In tutta la città era un susurro straordinario, inaudito, sconosciuto. Si comprendeva che in quelle oscure strade, oscure come tanti abissi, succedevano cose terribili ed insolite. Tratto tratto si udiva un fragore simile a quello della procella che si viene ammucchiando, o dell’onde che ascendono, ma nulla di chiaro, di distinto, da spiegarsi, da comprendersi, si affacciava alla mente; sembravano quei rumori misteriosi e sotterranei che precedono i tremuoti.
Così durò tutta la notte l’apparecchio della sollevazione.
Alla domane sembrava che Parigi destatasi si spaventasse del suo proprio aspetto. Pareva una città assediata. Uomini armati stavano sulle barricate, con l’occhio minaccioso e lo schioppo in spalla.
Parole d’ordine, pattuglie, arresti, ed anche esecuzioni, erano quanto ad ogni passo incontrasse il viandante; si arrestavano coloro che avevano il cappello colle penne o la spada indorata, per obbligarli a gridare: viva Broussel! abbasso il Mazzarino! e chiunque vi si ricusava era fischiato, tormentato e talora percosso. Non si uccideva per anco, ma si vedeva che non ne mancava la voglia.
Le barricate eransi portate sino in prossimità del Palazzo Reale. Dalla strada des Bon-Enfans a quella della Ferronnerie, dalla via San Tommaso del Louvre al Ponte Nuovo, dalla contrada Richelieu alla porta Sant’Onorato, v’erano più di dieci mila uomini armati, i più avanzati dei quali sfidavano urlando le sentinelle impassibili del reggimento delle guardie impostate attorno attorno al Palazzo Reale, i di cui cancelli erano chiusi dietro di loro, lo che rendeva molto precaria la loro situazione. In mezzo a tutto questo circolavano in comitive di cinquanta, di cento, di centocinquanta, e di due cento, uomini pallidi, abbronzati, cenciosi, portando certe sorte di bandiere ov’era scritto: «Vedete la miseria del popolo!» Dovunque e’ passavano si udivano grida frenetiche, ed erano tante le comitive di questo genere che dappertutto le grida si spargevano.
Fu grande lo stupore della regina Anna e di Mazzarino, allorchè alzatisi dal letto si venne ad annunziare ad essi, qualmente la città, da loro lasciata quieta la sera innanzi, ormai si destava agitata e in istato di febbre, e quindi nè l’uno nè l’altra volevano credere a ciò che loro veniva riferito, e dicevano che non darebbero fede se non se a’ propri occhi ed alle proprie orecchie. Fu dunque spalancato un balcone, videro, intesero, e restarono convinti.
Mazzarino si strinse nelle spalle, e fece mostra di sprezzare moltissimo quella plebe, ma in sostanza impallidì fuor di modo, e corse tremando nel suo gabinetto a rinchiudere nelle cassette il suo oro e le sue gioje, ed infilarsi alle dita i più begli anelli di brillanti. La regina, poi, furibonda e abbandonata alla sua volontà, chiamo a sè il maresciallo di La Meilleraye, gli ordinò di prendere quanti uomini gli piacesse e andare a vedere che burla era quella.
Il maresciallo era per solito azzardoso, e di nulla avea paura, avendo per il volgo l’altissimo disprezzo che per esso professavano le genti di spada; pigliò centocinquanta uomini, e divisò di uscire dal ponte del Louvre; ma là incontrò Rochefort e i suoi cinquanta cavalleggieri accompagnati da più di mille cinquecento persone. Non v’era modo di forzare una simile barriera; il maresciallo neppur vi si provò e ritornò su per l’argine.
Però al Ponte Nuovo trovò Louvieres ed i suoi borghesi. Questa volta tentò una scarica, ma fu ricevuto a suon di schioppettate, mentre da tutte le finestre venivano giù pietre come grandine. Ei vi lasciò tre de’ suoi.