Poi, ad un tratto, ad un idea improvvisa, alzandosi disse:

«Sono salva!.... Oh! sì, sì, conosco un uomo che saprà trarmi fuori di Parigi, un uomo che troppo a lungo dimenticai».

E pensosa, benchè con un sentimento di gioja, seguitò:

«Ingrata! per venti anni ho obliato quel soggetto che avrei dovuto fare maresciallo di Francia. La mia suocera prodigò oro, dignità e lusinghe a Concini che la perdè; il re fece Vitry maresciallo di Francia per un assassinio, ed io lascio nell’oblìo, nella miseria, quel nobile d’Artagnan che mi salvò!»

E corse a un tavolino su cui erano carta ed inchiostro, e si mise a scrivere.

LIII. Abboccamento.

D’Artagnan in quella mattina era a letto in camera di Porthos. Tale era l’abitudine presa dai due amici dopo le insorte turbolenze; tenevano sotto il capezzale la spada, e sul tavolino, vicinissimo alla mano, le pistole.

D’Artagnan dormiva tuttavia, e si sognava che il cielo si cuoprisse di un gran nuvolo giallo, e dal quel nuvolo cadesse una pioggia d’oro, e ch’egli porgesse il cappello sotto una grondaja.

Porthos dal canto suo si sognava che lo sportello della sua carrozza non fosse abbastanza largo per contenere le armi e gli stemmi che ei vi faceva dipingere.

Gli destò entrambi a sett’ore un servo senza livrea che recava una lettera a d’Artagnan.