Quegli lo guidò dalla via des Petits-Champs, e voltando a sinistra lo fece entrare dalla porticella del giardino che dava sulla strada Richelieu; poi salita una scala segreta, ei fu introdotto nell’oratorio.
Al nostro tenente faceva balzare il cuore una certa emozione che non sapeva spiegarsi. Egli non aveva più la fiducia della gioventù, e coll’esperienza aveva imparata tutta la gravità dei passati avvenimenti.
Sapeva ormai che si fossero la nobiltà dei principi e la nobiltà dei re; si era assuefatto a classare la propria mediocrità dopo le illustrazioni della fortuna e della nascita. In addietro si sarebbe fatto innanzi ad Anna come un giovane che saluta una donna; allora era tutt’altro, e si recava da lei come un umile soldato presso un capo illustre.
Un lieve rumore turbò il silenzio dell’oratorio. D’Artagnan si scosse, e vide una bianca mano sollevare il parato, e dalla forma, dalla bianchezza, dalla beltà di quella riconobbe la regia mano che un giorno eragli stata data a baciare.
Entrò la regina.
«Siete voi, signor d’Artagnan? disse fissando sull’ufficiale uno sguardo ricolmo di affettuosa malinconia, siete voi, e bene io vi ravviso. Guardatemi pur voi, io sono la regina: mi riconoscete?
«No, mia signora, rispose d’Artagnan.
«Ma non vi ricordate, continuò Anna con delizioso accento che dar sapeva alla sua voce quando voleva, che in passato la regina ebbe bisogno di un giovane cavaliero prode e zelante, e lo trovò, e che sebbene questi potesse indi credersi da lei dimenticato ella gli serbò un posto in fondo al suo cuore?
«No mia signora, questo m’è ignoto, disse il moschettiere.
«Tanto peggio! fece Anna, almeno tanto peggio per la regina, poichè essa ha d’uopo ancor oggi di quello stesso coraggio, di quel medesimo zelo.