Indi si regolarono al trotto i cavalli che cominciavano ad essere stanchi, ed in breve si fu raggiunta la scorta.

Il re, alla testa di questa, circondato da porzione del reggimento del colonnello Harrison, se n’andava impassibile, sostenuto, con una specie di buona volontà.

Scorgendo Athos ed Aramis ai quali neppur gli si era dato campo di dire addio, e leggendo ne’ loro sguardi come ei si avesse tuttora degli amici poco lontani, sebben credesse quegli amici prigionieri, venne un rossore di soddisfazione sulle pallide guancie del sovrano.

D’Artagnan passò sino alla testa della colonna, e lasciati i suoi amici in custodia a Porthos, si appressò ad Harrison, il quale lo riconobbe per averlo visto da Cromvello, e lo accolse civilmente conforme convenivasi ad un uomo di quella condizione e di quel carattere. Accadde ciò che aveva preveduto d’Artagnan: il colonnello non aveva nè aver poteva alcun sospetto.

Fu fatto alto. A quella fermata doveva pranzare il re. Soltanto questa volta furono prese delle precauzioni onde non tentasse di fuggire. Nella gran sala dell’albergo s’apparecchiò un tavolino per lui ed una tavola grande per gli ufficiali.

«State a pranzo con me? domandò Harrison a d’Artagnan.

«Diamine! disse questi, ne avrei sommo piacere, ma ho il mio compagno signor du Vallon, e i miei due prigionieri, che non posso lasciare e che ingombrerebbero la vostra mensa. Però facciamo meglio; fatemi preparare in un canto una tavola, e mandateci dalla vostra ciò che vi parrà, giacchè diversamente andiamo a rischio di morir di fame. Sarà sempre desinare insieme, poichè saremo nella stessa stanza.

«Va bene» fece Harrison.

Le cose si accomodarono a norma del desiderio del nostro tenente, e quando esso tornò appresso al colonnello trovò il re già seduto al suo posto e servito da Parry, Harrison ed i suoi ufficiali tutti uniti, e da parte i posti riserbati per lui ed i suoi compagni.

La tavola a cui stavano gli ufficiali era rotonda, ed o fosse per caso, o per apposita villania, Harrison volgeva le spalle al re.