«Quante pattuglie fate voi a questo modo? richiese d’Artagnan levandosi di tasca altre monete.
«Cinque, disse Groslow, una ad ogni due ore.
«Benone! rispose il tenente, è misura prudentissima».
E allora toccò a lui fissare in viso Athos ed Aramis.
S’intesero i passi della ronda che si allontanava.
D’Artagnan rispose per la prima volta alle ginocchiate di Porthos con un altro consimile.
Frattanto, attratti dall’allettamento del giuoco e dalla vista dell’oro, tanto possente su tutti gli uomini, i soldati, che avevano ordine di rimanere nella stanza del re, si erano lemme lemme avvicinati all’uscio, e là drizzandosi in punta di piedi, guardavano di sopra alla spalla di d’Artagnan e di Porthos; quelli della porta si erano pure appressati, secondando per cotal guisa le brame dei quattro amici, che preferivano averli tutti così alla mano anzi che dover correre a cercarli da un canto all’altro della camera. Le due sentinelle sull’ingresso avevano tuttavia la spada nuda, se non che si appoggiavano sulla punta ed abbadavano ai giuocatori.
Sembrava che Athos si calmasse a misura che si avvicinava il momento; le sue due mani bianche e signorili scherzavano coi luigi che torceva e riaddrizzava con tanta facilità come se l’oro fosse stato stagno; Aramis, meno padrone di sè, si frugava di continuo sul petto; Porthos, infastidito del perder sempre, dava di ginocchio a più non posso.
D’Artagnan voltosi macchinalmente indietro, vide fra due soldati Parry in piedi, e Carlo posando il gomito, ma a mani giunte come in atto di dirigere a Dio una fervida preghiera. Il tenente capì ch’era arrivato l’istante opportuno, che ognuno era al suo posto, e che non si attendeva più altro che la parola; «Finalmente!» la quale, noi ce le rammentiamo, dovea servire di segnale.
Lanciò uno sguardo preparatorio ad Athos e Aramis, e questi due trassero indietro piano piano le loro sedie per aver libertà di muoversi.