Grandissima folla ingombrava le strade e le case vicine al palazzo; e perciò, mossi appena pochi passi, i quattro camerati furono trattenuti dall’ostacolo quasi non superabile di quel muro vivente; parecchi del volgo, robusti e sdegnati, respinsero persino Aramis sì malamente, che Porthos alzò il formidabile pugno e lo lasciò ricadere sul muso infarinato di un fornajo, il quale tosto variato il colore si cosparse di sangue, acciaccato qual era a modo di un grappolo d’uva matura. La faccenda mosse a gran susurro; tre uomini andarono per avventarsi addosso a Porthos; Athos ne discostò uno, d’Artagnan il secondo, e Porthos si fece balzare il terzo di sopra al capo. Parecchi Inglesi dilettanti di pugilato, apprezzarono la maniera veloce e facile con cui si era eseguita la manovra, e batterono le mani. E mancò poco allora, che invece di essere accoppati, conforme cominciavano a temere, Porthos e i suoi compagni fossero portati in trionfo; ma i nostri quattro viaggiatori che avevano paura di tutto quanto potesse farli troppo comparire, arrivarono a sottrarsi alla ovazione. Non ostante guadagnarono una cosa in quella erculea dimostrazione, e fu che la folla si diradò davanti a loro, e pervennero al resultato apparso prima impossibile, cioè di arrivare al palazzo.

Affollavasi tutta Londra alle porte delle tribune; e così allorchè i quattro amici poterono penetrare da una di queste, trovarono occupati i tre primi sedili. Era poco male per genti che bramavano di non essere riconosciute; sicchè presero i loro posti, soddisfattissimi di esser giunti a quel punto, tranne Porthos che desiderava mostrare il giubbetto rosso e i calzoni verdi, e a cui incresceva di non essere alla prima fila.

Le panche stavano disposte a guisa di anfiteatro, e i quattro colleghi dal loro luogo dominavano su tutta l’adunanza. Il caso appunto aveva fatto sì che fossero entrati nella tribuna di mezzo e si trovassero di faccia al seggiolone apparecchiato per Carlo I.

Verso le undici ore antimeridiane comparve il re sulla soglia del salone. Passò, circondato da guardie, ma col cappello in testa, e tranquillo all’aspetto, e volse per ogni dove lo sguardo sostenuto, quasi venisse a presiedere a una assemblea di sudditi sottomessi, e non a rispondere alle accuse di una corte ribelle.

I giudici, superbi di aver da umiliare un re, si accingevano, per quanto scorgevasi, a prevalersi di questo diritto arrogatosi. In conseguenza, capitò un usciere a dire a Carlo I qualmente era d’uso che l’incolpato stesse nuda la testa davanti a’ suoi giudici.

Carlo, senza risponder parola, si cacciò più innanzi che mai il cappello, e volse il capo da altro lato: e allontanatosi l’usciere, sedè sulla sedia preparata di faccia al presidente, sferzandosi gli stivali con un giunchetto che teneva in mano.

Parry, il quale lo accompagnava, stette ritto dietro a lui.

D’Artagnan, ben anzi che badare a tutto quel cerimoniale, guardava Athos, sul cui sembiante si riflettevano tutte le emozioni che il re pel gran dominio che avea sopra sè stesso sbandiva dal suo. E lo spaventò l’agitazione di Athos, comunemente cotanto freddo e tranquillo.

«Io spero, gli disse all’orecchio, che prendiate esempio da Sua Maestà, e non vi facciate scioccamente uccidere in questa gabbia.

«Non dubitate, fece Athos.