A tali parole fuvvi un bisbiglio sulle tribune, e dietro a d’Artagnan tuonò una voce, non voce di donna, ma d’uomo, voce sonora e fierissima, la quale esclamò:
«Tu menti! e i nove decimi del popolo inglese hanno orrore di ciò che tu dici».
Era Athos, che fuori di sè, ritto, col braccio teso, così interpellava il pubblico accusatore.
A siffatta apostrofe, re, giudici, spettatori, tutti si volsero verso la tribuna dov’erano i quattro amici. Mordaunt fece altrettanto, e ravvisò il gentiluomo attorno a cui si erano alzati gli altri due Francesi, scolorita la faccia e minacciosi. Gli brillarono gli occhi per la gioja, chè ritrovava al fine coloro alla ricerca e alla morte dei quali aveva consacrata la propria vita. Con un moto furibondo chiamò a sè venti de’ suoi moschettieri, e additando la tribuna dove stavano i suoi nemici, gridò:
«Fuoco su quella tribuna!»
Però allora, rapidi al pari del pensiero, d’Artagnan afferrando a mezzo al corpo Athos, Porthos portando seco Aramis, balzarono giù dai gradini, si slanciarono nei corridoj, scesero velocemente le scale, e si perderono tra la folla, mentre nell’interno della sala i moschetti abbassati minacciavano tremila spettatori, che con le lor grida, col loro spavento, trattennero lo slancio già dato alla strage.
Carlo pure aveva riconosciuti i quattro francesi, e si era posta una mano sul cuore onde frenarne i palpiti, e l’altra sugli occhi per non vedere uccidere i suoi amici.
Mordaunt, bianco e tremante dalla rabbia, si precipitò fuori dalla sala, nuda in pugno la spada, con dieci alabardieri, indagando tra la moltitudine, e interrogando, e poi ritornò indietro senza aver trovato nulla.
Finalmente si ristabilì la calma.
«Che avete voi da dire per vostra difesa? domandò Bradshaw al re.