«Ma che v’è mai?.... parla! continuò il re procurando distinguere tra la fila di guardie che stavagli a tergo.

«V’è.... ma, sire, non guarderete, è vero? v’è che sopra una tavola hanno fatto portare la scure con la quale si giustiziano i rei. È orribil vista! non guardate, sire, io ve ne supplico!

«Stupidi! fece Carlo, dunque mi credono vile al pari di loro?.... Grazie, Parry, facesti bene ad avvertirmi».

Ed essendo il momento di ritirarsi, uscì seguendo i suoi custodi.

In fatti, a sinistra dalla porta brillava di un tristo riflesso, cioè di quello del tappeto rosso su cui era posata, la bianca scure col lungo manico forbito del carnefice.

Carlo giunto a questa di faccia si soffermò.

«Ah ah! disse ridendo, la mannaja! spauracchio ingegnosissimo e degno di coloro i quali non sanno che siasi un gentiluomo; tu non mi fai paura, scure del boja, aggiunse sferzandola col giunco sottile e pieghevole che aveva in mano, ed io ti percuoto aspettando cristianamente e con pazienza che tu a me faccia altrettanto».

Ed in atto di sommo disprezzo proseguì il suo cammino, e lasciò attoniti quelli che si erano affollati attorno alla tavola onde vedere che ciera avrebbe il re nel mirar la bipenne che separar doveva dal suo corpo la testa.

«In verità, Parry, disse il re mentre si allontanavano, quelle genti, Dio mi perdoni, mi prendono per un mercante di cotone delle Indie, e non per un gentiluomo uso a veder brillare il ferro. Si pensano forse ch’io non valga quanto un macellajo?»

Intanto che profferiva queste parole, arrivava alla porta. Era accorsa lunga fila di popolo, che non avendo potuto trovar posto nelle tribune voleva almeno godere della fine dello spettacolo di cui aveva perduta la parte più interessante. Quella innumerevole moltitudine, fra la quale abbondavano minacciose fisonomie, fece mandare al re un piccolo sospiro.