«Or bene, caro Athos, voi che parlate inglese come John Bull in persona, siete maestro Tom Lowe e noi siamo i vostri tre compagni. Adesso capite?»
Athos diede un grido di giubilo e di ammirazione, corse in uno stanzino, ne trasse degli abiti da operaj con cui si rivestirono subito i quattro amici; dopo di che essi uscirono dall’albergo, Athos portando una sega, Porthos un palo di ferro, Aramis una piccozza, e d’Artagnan un martello e dei chiodi.
La lettera del servo del carnefice faceva fede qualmente eglino fossero quelli ch’erano aspettati.
LXX. Gli operaj.
Verso la metà della notte Carlo udì grande strepito sotto la finestra: erano colpi di martello e di piccozza, puntate di palo, e stridere di sega.
Essendosi egli coricato tutto vestito, e cominciando appunto ad addormentarsi, si destò trasalito a tal fracasso, e perchè questo oltre al suono materiale aveva anche un eco morale e terribile nell’animo suo, tornarono ad assalirlo gli orribili pensieri della sera. Solo, nell’isolamento e fra le tenebre, non ebbe forza di reggere a quella nuova tortura non compresa nel programma del suo supplizio, e mandò Parry a dire alla sentinella che pregasse gli operaj di picchiar meno forte e aver pietà dell’ultimo sonno di lui ch’era stato loro re.
La sentinella non volle abbandonare il suo posto, ma lasciò passare Parry.
Il quale, giunto vicino alla finestra, dopo fatto il giro del palazzo, vide a livello col davanzale del quale si era staccata l’inferriata un largo palco non peranco terminato, ma su cui cominciavasi ad inchiodare un parato di serge nera.
Il palco, a pari altezza della finestra, cioè di circa venti piedi, aveva due piani interni.
Parry, per quanto odiosa gli fosse quella vista, cercò in fra otto o dieci lavoranti che costruivano la trista macchina, coloro che col rumore che facevano doveano dare al re maggior molestia, e sul secondo intavolato scôrse due uomini che con un palo staccavano le ultime aste del balcone di ferro; uno di essi, vero colosso, faceva l’uffizio dell’ariete antico incaricato di atterrare le muraglie; ad ogni botta del suo arnese volava in pezzi la pietra; l’altro, stando inginocchiato, traeva a sè le pietre rimosse.