Il re era ricolmo di speranza: la speranza si convertì in allegrezza, visto ch’egli ebbe Aramis. Strinse a questi la mano, ed abbracciò Juxon. Il vescovo affettò di parlar forte a Carlo, e dinanzi a tutti, del loro colloquio del giorno prima. Carlo gli rispose che le parole da lui dettegli allora aveano avuto buon effetto, e ch’ei desiderava un altro colloquio consimile. Juxon volgendosi agli astanti gli pregò di lasciarlo solo col re.
Ognuno si ritirò. Chiuso l’uscio, Aramis disse con la massima prontezza:
«Sire, voi siete salvo! il carnefice di Londra è sparito; il suo ajuto si ruppe jeri una coscia sotto le finestre di Vostra Maestà. Era suo il grido che udimmo. Certamente a quest’ora sarà noto che l’esecutore non v’è, ma non v’ha un boja che a Bristol, e vi vuol tempo per andare a chiamarlo; talchè abbiamo per lo meno sino a domani.
«Ma il conte di la Fère? domandò Carlo.
«È distante da voi di un braccio al più: prendete il poker del braciere e date tre colpi, e lo sentirete rispondervi».
Il re con mano tremante eseguì quanto gli si accennava, tosto di sotto al pavimento altri colpi dati con cautela risposero al segnale.
«Sicchè.... quegli che batte da basso?....
«È il conte di la Fère, o sire. Dispone la via per cui potrà fuggire Vostra Maestà. Parry solleverà la lastra di marmo, e sarà aperto il varco.
«Ma, disse Parry io non ho alcun arnese.
«Prendete questo pugnale; solamente badate di non ispuntarlo, perchè può essere che ne abbiate bisogno per bucare tutt’altro che la pietra.