«O Juxon! disse Carlo premendo al vescovo ambe le mani, ritenetevi la preghiera di quello che fu vostro re.

«Che lo è tuttora e lo sarà sempre, replicò Juxon baciando la destra al principe.

«Pregate sin che avrete vita per questo gentiluomo che vedete, per l’altro che udite qua sotto, e per altri due pure, che ovunque siano si adoprano, ne son sicuro, per la mia salvezza.

«Sire, sarete obbedito: fin tanto ch’io viva vi sarà ogni giorno un’orazione offerta a Dio per quei fidi amici della Maestà Vostra».

Fu continuato ancora, un poco di lavoro da abbasso, che via via si sentiva più vicino. Ad un tratto s’intese un romore inaspettato nella galleria. Aramis afferrando il poker diede il segnale della interruzione.

Il romore si faceva ognor più prossimo: era come, di un certo numero di passi eguali e regolari. I quattro uomini rimasero immobili; fissarono gli occhi sulla porta, la quale fu aperta lentamente e con una sorta di solennità.

Erano schierate delle guardie nella stanza che precedeva quella del re. Un commissario del Parlamento, vestito a nero e pieno di gravità di mal augurio, entrò, salutò il sovrano, e spiegata una pergamena gli lesse la sua sentenza secondo suol farsi ai condannati che denno andare al patibolo.

«Che significa codesto? domando Aramis a Juxon».

Questo fe’ un cenno ch’esprimeva non saperne egli niente più di lui.

«Dunque è per oggi? chiese il re con emozione, ch’era visibile unicamente a Juxon e ad Aramis.