«Sire, non eravate prevenuto ch’era per questa mattina? disse l’uomo vestito di nero.
«E debbo io morire, seguitava Carlo, come un colpevole volgare, per mano del carnefice di Londra?
«Il carnefice di Londra è sparito, sire; rispose il commissario del Parlamento, ma si è esibito un tale in sua vece. E così l’esecuzione non sarà ritardata se non del tempo che chiederete per dar sesto alle cose vostre temporali e spirituali».
Un lieve sudore che apparve alla radici dei capelli di Carlo fu l’unico indizio di emozione ch’egli desse all’udire tal notizia.
Aramis però diventò livido in volto; non gli batteva più il cuore; chiuse gli occhi, ed appoggiò una mano sulla tavola. E Carlo all’aspetto del suo duolo profondo parve obliasse quello che opprimeva lui stesso.
Gli si accostò, gli prese la destra e lo abbracciò.
«Orsù, amico! disse con dolce eppur triste sorriso, coraggio!»
E voltosi al commissario:
«Signore, io sono pronto. Vedete, non bramo se non due cose, le quali non vi recheranno grande indugio: la prima, la comunione; la seconda un amplesso a’ miei figli dicendo ad essi addio per l’ultima volta. Mi sarà ciò permesso?
«Sì, o Sire, fece l’uomo in abito nero».