Athos pareva abbattuto. Porthos si stropicciava le palme delle mani con impazienza febbrile.
Aramis, sogghignando, si mordeva le labbra sino a spremerne il sangue.
D’Artagnan era il solo che si moderasse, almeno in apparenza.
«Signor Mordaunt, esso disse, giacchè dopo tante giornate perdute a correrci appresso uno coll’altro, alla fine il caso ci riunisce, discorriamola un poco, se non vi dispiace».
LXXIV. Conversazione.
Mordaunt era stato sorpreso tanto all’improvviso, ed aveva salito i gradini agitato da un sentimento tuttavia sì confuso, che le sue riflessioni non avevano potuto esser chiare; in realtà, quel primo sentimento era stato tutto di emozione, di stupore e d’insormontabile terrore, quale lo prova qualunque individuo a cui un nemico acerrimo e superiore di forza stringe il braccio nel momento preciso ch’ei lo crede in altro luogo ed occupato ad altre cure.
Però una volta che si fu seduto e si accorse che gli si accordava una dilazione, un respiro, con qualsivoglia intenzione ciò pur fosse, concentrò tutte le proprie idee ed a sè richiamò tutte le sue forze. Il fuoco dello sguardo di d’Artagnan, anzi che impaurirlo, quasi diremmo lo elettrizzò: conciossiachè quello sguardo, comunque su di lui si fissasse bollente di minaccia, era schietto nel suo odio e nel suo sdegno. Mordaunt, pronto a cogliere ogni occasione che se gli offerisse di trarsi dall’impaccio o col vigore o con l’astuzia, si raggruppò sopra sè stesso come fa l’orso incalzato nella tana che con occhio apparentemente immobile bensì osserva tutti i gesti del cacciatore da cui fu inseguito.
Frattanto quell’occhio, con moto rapidissimo, si portò su la spada lunga e solida che gli batteva sull’anca; egli, senza affettazione posò la mano sinistra sull’elsa, la ricondusse a portata della man diritta, e si assise secondo ne era pregato dal tenente dei moschettieri francesi.
Questi di sicuro attendeva qualche parola aggressiva onde intavolare una di quelle conversazioni dileggiatrici o terribili come ben sapeva sostenerne.
Aramis borbottava: