Athos non si mosse; pareva una statua: sembrava che gli si fosse fermato anco il respiro.
«Signori, signori, disse d’Artagnan, state buoni, toccherà poi a voi altri. Guardate gli occhi di questo signore e leggete in essi l’odio bellissimo che noi gl’inspiriamo; vedete con che abilità ha sguainato il brando; ammirate con quanta circospezione si cerca d’intorno se vi sia qualche ostacolo che gl’impedisca di distendersi. Or bene, tutto questo forse non vi prova che il signor Mordaunt è un’ottima lama, e che voi mi subentrerete fra poco se io lo lascio fare? Dunque statevene al vostro posto quieti come Athos, del quale vi raccomando la calma, e lasciate a me l’iniziativa che ho digià presa. E poi (continuò levando fuori il ferro con un gesto terribile) ho che fare in particolare con questo signore, e comincerò; lo bramo, lo voglio!»
Era la prima volta che d’Artagnan profferiva questa parola parlando ai suoi amici. Sino allora si era limitato a pensarla.
Porthos indietreggiò, Aramis si cacciò la spada sotto il braccio, Athos rimase fermo nel cantone, non quieto, conforme diceva d’Artagnan, ma ansante, smanioso.
«Cavaliere, disse d’Artagnan ad Aramis, rimettete l’arme nel fodero, questo signore potrebbe supporre delle intenzioni che voi non avete».
E volgendosi a Mordaunt:
«Signore, vi attendo.
«Ed io vi ammiro tutti quanti; discutete fra voi chi debba cominciare a battersi meco, e non consultate me, a cui mi sembra che ciò riguardi alcun poco. Vi odio tutti, è vero, ma in diversi gradi. Spero tutti uccidervi, ma ho più probabilità di uccidere il primo che il secondo, il secondo che il terzo, il terzo che l’ultimo. Reclamo quindi di scegliere io il mio avversario. Se mi negate questo diritto, ammazzatemi, non mi batterò».
I quattro colleghi si guardarono.
«È giusto» dissero Porthos ed Aramis, lusingandosi di essere i prescelti.