La signora Bonacieux e il duca entrarono al Louvre senza difficoltà; la sig. Bonacieux era conosciuta per essere al servizio della regina: il duca portava l'uniforme dei moschettieri del sig. de Tréville, che, come abbiamo detto, erano di guardia in quella sera. D'altronde Germano era negli interessi della regina, e se accadeva qualche cosa, la sig. Bonacieux sarebbe stata accusata di avere introdotto il suo amante al Louvre, ecco tutto; ella prendeva sopra di se la colpa, la sua riputazione sarebbe stata perduta è vero; ma di una piccola merciaia?
Una volta entrati nell'interno della corte il duca e la giovane seguirono il piede del muro per lo spazio di circa venticinque passi; percorso questo spazio la sig. Bonacieux spinse una piccola porta di servizio, che il giorno stava aperta, ma che ordinariamente si chiudeva nella notte; la porta cedè; entrambi si introdussero e si trovarono nella oscurità, ma la sig. Bonacieux conosceva tutti i giri e rigiri di questa parte del Louvre, destinata alla bassa corte. Ella chiuse le porta dietro di se, prese il duca per la mano, fece qualche passo a tastone afferrò una bronca della scala, toccò con un piede il primo scalino, e cominciò a salire; il duca contò due piani. Allora ella prese a destra, seguì un lungo corridoio, tornò a discendere un piano, fece qualche passo ancora, introdusse una chiave nella serratura, aprì una porta e spinse il duca in un appartamento illuminato soltanto da una lampada da notte, dicendogli:
— Restate qui, milord duca, fra poco verrà.
Quindi ella sortì per la medesima porta, che chiuse a doppio giro, dimodochè il duca si trovò prigioniero alla lettera.
Però, quantunque si trovasse isolato, bisogna dirlo, il duca di Buckingham non provò un'istante di timore; una delle parti caratteristiche del suo naturale era la ricerca delle avventure e l'amore da romanzo. Coraggioso, ardito, intraprendente non era la prima volta che arrischiava la sua vita in simili tentativi; egli avea saputo che questo preteso messaggio della regina, sulla fede del quale egli era venuto a Parigi, era un laccio, e invece di ritornarsene in Inghilterra, abusando della posizione in cui era stato messo, aveva dichiarato alla regina che egli non partirebbe senza averla prima veduta. Sulle prime la regina aveva positivamente ricusato, quindi finalmente aveva temuto che il duca, esasperato, non facesse qualche follia. Ella si era già decisa a riceverlo e a supplicarlo di partire subito, allorchè, la stessa sera della decisione, la signora Bonacieux, che era stata incaricata di andare a cercare il duca e condurlo al Louvre, fu rapita. Per due giorni si ignorò affatto ciò che fosse accaduto di lei, e tutto rimase sospeso. Ma una volta libera, una volta rimessa in rapporto con la corte, le cose avevano preso un altro corso, ed ella eseguiva la perigliosa intrapresa che senza il suo arresto, ella avrebbe compiuta tre giorni prima.
Buckingham, rimasto solo, si avvicinò ad uno specchio. Quell'abito da moschettiere gli andava a meraviglia. A trentacinque anni, che egli aveva allora, egli passava a giusto titolo per il più bel gentiluomo e per il più elegante cavaliere di Francia e d'Inghilterra. Favorito da due re, ricco di milioni, che tutto poteva in un regno che egli sconvolgeva a suo capriccio o calmava a sua fantasia, Giorgio Williers, duca di Buckingham aveva intrapresa una di quelle esistenze favolose che rimangono nei corso dei secoli come una meraviglia per la posterità. Così, sicuro di se stesso, convinto della sua possanza, certo che non potevano colpirlo le leggi che reggono gli altri uomini, andava dritto alla meta che si era prefisso, fosse pure stata questa meta così elevata e così risplendente che sarebbe stato follia per un altro il sognarlo soltanto. Fu così che egli giunse ad avvicinarsi diverse volte alla bella ed orgogliosa regina di Francia, a forza d'abbagliare.
Giorgio Williers si pose adunque avanti di uno specchio, come lo abbiamo detto, rese alla sua bella capigliatura bionda le ondulazioni che il peso del suo cappello le avevano fatto perdere, arricciò i suoi baffi, e col cuore gonfio di gioia, felice, e sapendo di toccare un momento che egli aveva desiderato sì lungamente sorrise a se stesso d'orgoglio e di speranza.
In questo momento una porta nascosta dalla tappezzeria si aprì, e comparve una donna. Buckingham vide questa apparizione nello specchio, gettò un grido; era la regina!
La regina aveva allora ventisei o ventisette anni, vale a dire che ella si ritrovava in tutto lo splendore della bellezza. Il suo andamento era veramente quello di una regina, o meglio ancora di una dea; i suoi occhi, che gettavano dei riflessi di smeraldo, erano perfettamente belli e pieni ad un tempo di dolcezza e di maestà; la sua bocca era piccola e vermiglia, e quantunque il suo labbro inferiore avanzasse leggermente sull'altro, ella era eminentemente graziosa nel sorriso ma altrettanto profondamente sdegnosa nel disprezzo. La sua pelle era citata per la sua bianchezza e pel suo vellutato, la sua mano e le sue braccia erano di una bellezza sorprendente, e tutti i poeti dell'epoca le decantavano come incomparabili. Finalmente i suoi capelli, che, di biondi che erano nella sua gioventù, erano diventati castagni, e che ella portava arricciati e aspersi di molta polvere, contornavano ammirabilmente il suo viso, al quale la censura più rigida non avrebbe potuto augurare che un poco meno di rosso, e i più esigenti desiderare un poco più di affilatezza nel naso.
Buckingham rimase per un istante abbagliato; giammai la regina gli era sembrata più bella in mezzo ai balli, alle feste ed ai tornei, di quello che gli apparve in quel momento, vestita con una semplice stoffa bianca; e accompagnata da donna Stefania, la sola delle cameriere spagnuole che non fosse stata scacciata dalla gelosia del re, o dalle persecuzioni di Richelieu.