— Ciò spetta a Vostra Maestà più che a me, disse il ministro. Io affermo la reità.
— Ed io la nego, disse de Tréville. Ma Vostra Maestà ha dei giudici, e questi giudici decideranno.
— Va bene così disse il re, rimandiamo la causa davanti ai giudici, il giudicare è il loro ufficio, ed essi giudicheranno.
— Solamente, riprese de Tréville, è una cosa ben trista che, in questi disgraziati tempi in cui siamo, la vita più pura, la virtù più incontrastabile non esima un uomo dalla infamia e dalla persecuzione. In tal modo l'armata non sarà contenta, io posso risponderne, di essere in balìa dei trattamenti rigorosi a proposito di affari di polizia.
La parola era imprudente, ma de Tréville, l'aveva lanciata con conoscenza di causa. Egli voleva una esplosione, perchè in questo caso la mina fa fuoco ed il fuoco rischiara.
— Affari di polizia! gridò il re, ripetendo le parole del sig. de Tréville, affari di polizia! e che ne sapete voi, signore! mischiatevi dei vostri moschettieri, e non mi rompete la testa. Sembra a sentirvi, che se per disgrazia si arresta un moschettiere, la Francia sia in pericolo. Ehi quanto rumore per un moschettiere! io ne farò arrestare dieci, cospetto! anche cento, tutta la compagnia! e non voglio che se ne dica una parola.
— Dal momento in cui sono sospetti a Vostra Maestà, disse de Tréville, i moschettieri sono colpevoli; così voi mi vedrete, sire, disposto a cedere la mia spada, perchè, il sig. ministro, non dubito punto, dopo avere accusato i miei soldati, finirà con l'accusare anche me stesso; così, val meglio, che io mi costituisca prigioniere col sig. Athos, che già è stato arrestato, e col sig. d'Artagnan che in breve sarà senza dubbio arrestato.
— Testa guascona, non la finirete voi mai? disse il re.
— Sire, rispose de Tréville senza abbassare menomamente la voce, ordinate che mi sia reso il mio moschettiere, o che sia giudicato.
— Sarà giudicato, disse il ministro.