In quanto a d'Artagnan, egli si trovò lanciato contro lo stesso Jussac.
Il cuore del giovane guascone gli batteva in un modo da rompergli il petto, non già di paura, grazie a Dio, egli non ne aveva neppur l'ombra, ma di emulazione; egli si batteva come una tigre in furore, girando dieci volte intorno al suo avversario, e cambiando venti volte le sue guardie ed il suo terreno. Jussac era, come si diceva allora, ingordo di lama ed aveva molta pratica; ciò non ostante aveva tutta la pena del mondo a difendersi contro un avversario agile e svelto, che si scartava ad ogni momento dalle regole ricevute, attaccando da tutte le parti ad un tempo, e con tutto ciò difendendosi e riparando i colpi come un uomo che porta un gran rispetto alla sua epidermide. Finalmente questa lotta finì col far perdere la pazienza a Jussac. Furioso di esser tenuto in scacco da colui che aveva guardato come un ragazzo, egli si riscaldò e cominciò a far degli sbagli. D'Artagnan, che in mancanza di pratica aveva una profonda teoria, raddoppiò di agilità. Jussac, volendo finirla portò un colpo terribile al suo avversario fendendo al fondo; ma questi parò di prima, e mentre che Jussac si rialzava, e strisciando come un serpente sul suo ferro, gli passò la sua spada attraverso al corpo. Jussac cadde come un masso.
D'Artagnan gettò allora un colpo d'occhio inquieto e rapido sul campo di battaglia.
Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari, ma l'altro lo stringava d'appresso. Però Aramis era in buona situazione e poteva ancora difendersi.
Biscarrat e Porthos si erano dati dei colpi forati. Porthos aveva ricevuto un colpo di spada attraverso il braccio e Biscarrat uno attraverso la coscia. Ma siccome nè l'una nè l'altra di queste ferite erano gravi, non facevano che battersi con maggiore accanimento.
Athos, ferito di nuovo da Cabusac impallidiva a vista d'occhio, ma non rinculava di un piede; egli aveva soltanto cambiata la mano alla spada e si batteva con la sinistra.
D'Artagnan secondo le leggi del duello di quell'epoca, poteva soccorrere qualcuno; e mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi compagni aveva più bisogno del suo ajuto egli si accorse di un colpo d'occhio di Athos. Questo colpo d'occhio era di una sublime eloquenza. Athos sarebbe morto piuttosto che domandar soccorso; ma egli poteva guardare, e con lo sguardo domandava un appoggio. D'Artagnan lo indovinò, fece uno sbalzo terribile, e piombò sul fianco di Cabusac, gridando.
— A me, signora guardia, io vi uccido! Cabusac si voltò ed era tempo. Athos, che si sosteneva solo per il suo gran coraggio, cadde sopra un ginocchio.
— Per bacco! gridò egli a d'Artagnan, non lo ammazzate, giovane io ve ne prego: ho un vecchio affare da finire con lui, quando sarò guarito e starò bene. Disarmatelo soltanto; legategli la spada. Così. Bene! benissimo!
Questa esclamazione era strappata ad Athos dalla spada di Cabusac che saltava venti passi da lui lontana. D'Artagnan e Cabusac si slanciarono assieme, l'uno per riprenderla, l'altro per impadronirsene; ma d'Artagnan più svelto arrivò il primo, e vi mise un piede sopra.