— Oh! no, Eccellenza; non è il diavolo, riprese l'oste con una smorfia di disprezzo, perchè durante il suo svenimento noi lo abbiamo perquisito, e nel suo fagottino non ha che una camicia, e nella sua borsa non ha che undici scudi, cosa però che non gli ha impedito dire mentre cadeva in svenimento, che se una simile cosa fosse accaduta a Parigi voi ve ne sareste pentito sull'atto, nel mentre che qui voi non ve ne pentirete che più tardi.

— Allora, disse freddamente lo sconosciuto, è qualche principe del sangue travestito.

— Io vi dico questo, mio gentiluomo, riprese l'oste, affinchè voi stiate sulle difese.

— Nella sua collera, ha egli nominato nessuno?

— Sì, egli batteva sulla saccoccia, e diceva noi vedremo ciò che il signore de Tréville penserà di questo insulto fatto al suo protetto.

— Il signor de Tréville? disse lo sconosciuto divenendo attonito; batteva sulla sua tasca pronunciando il nome del signor de Tréville?... Vediamo, mio caro oste, mentre che il giovane era svenuto, voi non sarete stato, ne son ben certo, senza guardare in questa saccoccia. Che cosa v'era?

— Una lettera indirizzata al signor de Tréville, capitano dei moschettieri.

— Davvero?

— La cosa è come ho l'onore di dirvela, eccellenza.

L'oste che non era dotato di una grande perspicacia, non notò l'espressione che le sue parole avevano impresso nella fisonomia dello sconosciuto. Questi lasciò il parapetto della finestra sul quale era sempre rimasto appoggiato colla punta del gomito, e aggrottò il sopracciglio come un uomo inquieto.