— Sta bene, mio caro Aramis; curatevi, diss'egli, io anderò solo a ricercare Athos.

— Voi siete un uomo di bronzo, gli disse Aramis.

— No, io ho fortuna; ecco tutto; ma come vivrete voi aspettandomi? Non più cattedra, non più colleggio, non più tesi!

Aramis sorrise.

— Farò invece dei versi.

— Sì, dei versi profumati coll'odore del biglietto della cameriera della duchessa di Chevreuse. Insegnate dunque la prosodia a Bazin, ciò lo consolerà; quanto al cavallo, montatelo un poco tutti i giorni, e ciò vi farà riprendere l'abitudine alle manovre.

— Ah! in quanto a questo siate tranquillo, disse Aramis, voi mi ritroverete pronto a seguirvi.

Si dissero addio, e dieci minuti dopo, avendo prima raccomandato il suo amico a Bazin e all'ostessa, d'Artagnan trottava nella direzione d'Amiens.

Come, mai andare in traccia di Athos, e poi come ritrovarlo?

La posizione, nella quale l'aveva lasciato d'Artagnan, era critica, e forse aveva ancora potuto soccombere. Quest'idea oscurò la fronte di d'Artagnan e gli fece formulare sotto voce qualche giuramento di vendetta. Dei suoi amici, Athos era il più attempato, e in apparenza sembrava quello che meno si accostasse ai suoi gusti ed alle sue simpatie. Però egli portava a questo gentiluomo una preferenza notevole. L'aria nobile ed il portamento distinto di Athos, i suoi lampi di grandezza che brillavano di tratto in tratto fra l'ombre entro cui si riteneva volontariamente racchiuso, quella inalterabile uguaglianza d'umore che ne formava il più comodo compagno della terra, quell'allegrezza forzata e mordente, la sua bravura che si sarebbe detta cieca se non fosse stata il risultato del più gran sangue freddo: tante qualità si attiravano più che la stima e l'amicizia di d'Artagnan, la sua ammirazione.