E guardava il giovane come se avesse voluto leggere nel fondo dell'anima sua.
— In fede mia, rispose d'Artagnan, pare che fossi più ubriaco ancora di voi, poichè non mi ricordo di niente.
Athos non rimase pago di queste parole, e riprese:
— Voi non siete tale da non aver rimarcato, mio caro amico, che ciascuno ha il suo genere di ubriachezza, trista o gaia. Io ho l'ubriachezza trista, e quando sono ubriaco ho la mania di raccontare delle lugubri favole, di cui mi empiè il cervello la mia stupida allevatrice. È il mio difetto, difetto capitale, ne convengo; ma se si eccettua questo, io sono un bravo bevitore.
Athos diceva questo in un modo così naturale, che d'Artagnan fu sconcertato della sua convinzione.
— Ah! è dunque ciò infatti, riprese il giovane tentando di riafferrare la verità, è dunque ciò di cui mi risovvengo, come del resto uno si risovviene di un sogno, che noi ne abbiamo parlato d'impiccati.
— Ah! vedete bene, disse Athos impallidendo, ma pure cercato di ridere; io ne era sicuro; gli impiccati sono il mio incubo.
— Sì, sì, riprese d'Artagnan, ecco che pensandoci bene mi ritorna la memoria; si trattava.... aspettate dunque, si trattava di una donna.
— Vedete, disse Athos diventando quasi livido; è la mia grande storia della donna bionda, e quando racconto quella, è segno che sono ubriaco morto.
— Si, è d'essa, disse d'Artagnan, la storia della bionda, grande e bella, dagli occhi azzurri.