— Basta! con queste si va in capo al mondo; andate dunque.

D'Artagnan salutò il signor de Tréville che gli stese la mano, d'Artagnan la strinse a lui con rispetto misto a riconoscenza. Da che egli era giunto a Parigi, non aveva avuto che a lodarsi di quest'uomo eccellente, che aveva sempre ritrovato degno, leale e grande.

La sua prima visita fu per Aramis, egli non era più ritornato in sua casa da quella famosa sera in cui aveva seguito la signora Bonacieux. Vi era di più: rare volte aveva veduto il moschettiere, e ciascheduna volta che lo aveva riveduto aveva creduto notare una profonda tristezza impressa nel suo viso.

Quella sera ancora, Aramis vegliava cupo ed astratto; d'Artagnan gli fece alcune interrogazioni su questa malinconia prolungata; Aramis se ne scusò con la difficile interpretazione di un passo di filosofia di Demostene che era obbligato di scrivere in latino per la successiva settimana, e ciò lo teneva molto preoccupato.

Siccome i due amici parlavano già da qualche tempo, un servitore del signor de Tréville entrò portando un plico sigillato.

— Che cosa è questo? domandò Aramis.

— Il congedo che il signore ha domandato, rispose il lacchè.

— Io? io non ho mai domandato congedi.

— Tacete e prendete, disse d'Artagnan; e voi, amico mio, eccovi una mezza doppia per il vostro incomodo. Voi direte al signor de Tréville che Aramis lo ringrazia sinceramente e di cuore. Andate.

Il lacchè salutò fino a terra e partì.