CAPITOLO XLII. IL VINO D'ANJOU
Dopo le notizie quasi disperate sul conto della salute del re, cominciò a spargersi nel campo la notizia della sua convalescenza, e siccome egli aveva molta fretta di giungere in persona all'assedio, si diceva che tosto avesse potuto rimontare a cavallo, si sarebbe messo in viaggio.
In questo tempo, Monsieur, che sapeva che da un momento all'altro sarebbe stato surrogato nel comando, sia dal duca d'Angoulème, sia da Bassompierre, o da Schömberg, che si disputavano il comando supremo, faceva poche cose, perdeva le sue giornate in tentativi, senza arrischiare qualche grande intrapresa per scacciare gl'Inglesi dall'isola Re, ove assediavano la cittadella di S. Martino, e il forte della Prée, nel mentre che dal canto loro i Francesi assediavano la Rochelle.
D'Artagnan, lo abbiamo detto, era ritornato più tranquillo come accade sempre dopo un pericolo passato, e quando il pericolo sembra svanito. Non gli rimaneva che una sola inquietudine, ed era quella di non ricevere alcuna notizia dei suoi amici.
Ma un bel mattino gli venne tutto spiegato mediante questa lettera datata da Villeroy.
«Sig. d'Artagnan.
«I signori Athos, Porthos ed Aramis, dopo aver fatta una buona partita in casa mia, e dopo essersi ben ben rallegrati, hanno cagionato così gran fracasso, che il preposto del castello, uomo rigidissimo, li ha messi in consegna per alcuni giorni. Eseguisco gli ordini che essi mi hanno dati inviandovi dodici bottiglie del mio vino d'Anjou, di cui mi hanno fatto grande elogio; essi vogliono che beviate alla loro salute col loro vino favorito.
«Io l'ho fatto; e sono, signore, con un gran rispetto, vostro umilissimo, ed obbedientissimo servitore.
GODEAU.
Albergatore dei signori tre moschettieri.»
— Alla buon'ora! gridò d'Artagnan, essi pensano a me nei loro piaceri come io pensava a loro nella mia gioia. Certamente, io beverò alla loro salute, e di tutto cuore, e non beverò solo.