CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XXXII.
Dopo la minestra la serva portò un pollo allessato, magnificenza che fece dilatare le palpebre dei convitati in modo tale che sembravano avessero a schizzare fuori delle orbite.
— Si vede che amate la vostra famiglia, signora Coquenard, disse il procuratore con un sorriso quasi tragico; ecco, certamente, una galanteria che voi fate a vostro cugino.
Il povero pollo era magro, e rivestito con quelle grosse pelli increspate che le ossa non giungono mai a traforare ad onta dei loro sforzi; abbisognava che fosse stato cercato lungamente prima di ritrovarlo nel pollaio, ove si era ritirato per morire di vecchiaia.
— Diavolo! pensò Porthos, questa è una cosa molto trista; io rispetto la vecchiaia, ma ne faccio poco conto nell'arrosto e nel lesso.
E guardò in giro per vedere se la sua opinione era divisa dagli altri; ma, tutto al contrario di lui, egli non vide che occhi fiammeggianti che divoravano in antecedenza questo pollo sublime, oggetto del suo disprezzo.
La signora Coquenard tirò a se il piatto, staccò con maestria le due grandi zampe nere che depose sul piatto di suo marito, staccò il collo colla testa che mise a parte per se stessa, levò un'ala per Porthos, e rimise alla serva l'animale che poco prima aveva portato, che se ne ritornò quasi intatto, e che era scomparso prima che il moschettiere avesse avuto il tempo di esaminare le variazioni di rincrescimento disegnatesi sui visi degli scrivani, a seconda dei caratteri e dei temperamenti di coloro che lo provavano.