Dopo il pollo, fece la sua entrata un piatto di fave, piatto enorme, nel quale alcune ossa di montone, che a primo aspetto si sarebbero potuto credere accompagnate dalla loro carne, facevano sembiante di farsi vedere.

Ma gli scrivani non furono ingannati da questa soperchieria, e le fisonomie lugubri divennero visi rassegnati.

La signora Coquenard distribuì questo cibo ai giovani, colla moderazione di una buona economa.

Era venuto il giro dei vini. Il sig. Coquenard versò, da una bottiglia dal collo molto stretto, il terzo di un bicchiere a ciaschedun giovane, ne versò a se stesso una porzione quasi eguale, e la bottiglia passò subito dalla parte di Porthos e della signora Coquenard.

I giovani riempirono d'acqua questo terzo di vino; quindi, quando ebbero bevuta la metà del bicchiere, lo riempivano nuovamente d'acqua, e sempre facevano lo stesso, cosa che li portava, alla fine del pranzo, a bere una bevanda che dal colore del rubino, era passata a quello del topazio bruciato.

Porthos mangiò timidamente la sua ala di pollo. Bevè pure il suo mezzo bicchiere di questo vino molto economico, che riconobbe per vino di Montreuil. Il sig. Coquenard lo guardò inghiottire questo vino puro, e sospirò.

— Non mangiate di queste fave, cugino mio Porthos? disse la signora Coquenard con quel tuono che vuol dire: credete a me, non ne mangiate.

— Grazie, cugina mia, diss'egli, io non ho più fame.

Successe un momento di silenzio. Porthos non sapeva in qual modo contenersi. Il procuratore ripetè più volte:

— Ah! signora Coquenard, io ve ne faccio i miei rallegramenti, il vostro pranzo è un vero festino.