La mattina dell'ottavo giorno, Bazin fresco come sempre, e sorridendo secondo la sua abitudine, entrò nell'osteria nel Farfallone, mentre i quattro amici erano sul punto di far colezione, dicendo, giusto il convenuto:
— Sig. Aramis, ecco la risposta di vostra cugina.
I quattro amici si scambiarono una allegra occhiata: la metà dell'affare era fatto: è vero che questa era la più corta e la più facile.
Aramis prese, arrossendo suo malgrado, la lettera che era di un carattere grossolano e senza ortografia.
— Buon Dio! gridò egli ridendo decisamente io sono disperato; giammai questa povera Michon giungerà a scrivere come il sig. de Voiture.
— Che cosa volere dire queste brave Migeon? domandò lo svizzero, che era in vena di parlare con i quattro amici, quando giunse la lettera.
— Oh! mio Dio! meno ancora di niente, disse Aramis, una piccola e graziosa lavandaia, che amo molto, e alla quale ho chiesto alcune biancherie lavorate di sua mano per modo di ricordo.
— Se quella, disse lo svizzero, stare così gran dama come stare suo carattere, voi dovete avere grande fortune, mio camerate!
Aramis lesse la lettera, e lo passò ad Athos.
— Osservate dunque quello che mi scrive, Athos, diss'egli.