Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.

Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.

Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro, svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei paradisi hanno scordato.

Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole, mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre, e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.

A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.

Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!

Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo, me la mangiava dai baci.

— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?

— Sono povera io.

— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?