Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:
Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.
20 settembre.
«Ci parleremo dopo Filippi» ti avevo scritto: adesso vuoi una lettera o una scena? Ti scriverò da amante, da artista o da uomo di spirito, poichè fino ad un certo punto posso pretendere a tutti questi nomi? È la prima volta che scrivendoti mi trema la mano. Perchè? Pur troppo abbiamo in noi sentimenti che non ci sappiamo spiegare come quelle maschere che in un ballo scompaiono tra la folla dopo susurratoci un incomprensibile discorso: invano vorremmo indovinare chi sotto di esse si celi: ci sono note ed ignote; epperò fuggenti non possiamo seguirle, nè perdute ritrovarle. Si era vissuto trent'anni e questi sentimenti non avevano traversato la nostra coscienza, si vivrà altri trent'anni e non la traverseranno forse più... Incomprensibili ore di vita, che il tempo sembra aver rubato ad un'altra e che passano nella nostra, come un uccello dell'equatore per una contrada nebbiosa d'Inghilterra: inestimabili diamanti travolti nei ciottoli di un ruscello montanaro!
Nello Ecclesiaste è scritto che ogni cosa ha la sua ora, la nascita e la morte, la gioia ed il dolore; ma il grande di quei proverbi immortali saprebbe dirmi: che cosa occupi questa mia ora? V'è l'ora del dubbio anelante, della lotta convulsa, della trepida vittoria, del languore crepuscolare — poi il languore si dissipa... oh ditemi dunque il nome di questa ultima ora!
Ma è ora che ti conti sul serio qualcosa.
Vieni, Anselmo, ritorniamo pei sentieri di questa notte. Veramente ne sono uscito solo da troppo poco, perchè ripassarvi in due cercando dove mi arrestai fremendo ad ascoltare il silenzio, o bevvi tra l'ombra un raggio di luna, sia dolce della malinconia religiosa del passato; ma ho premesso di condurti meco e dovesse la tua onesta compagnia profanare quei nascosti sentieri, vieni, li rifaremo. Ti dirò tutto, ma se nel mio racconto ti appaiano vani o contraddizioni, tu filosofo non te ne offendere: sarà forse una circostanza che il cuore commosso tenta nascondere allo sguardo freddo della ragione; una immagine, che arrivata questa notte dalle regioni della poesia si è gettata il mantello sul capo e si è stancamente assopita; sarà un sentimento, che nel delirio della voluttà perdette la parola, o un pensiero che ricredutosi nega di mostrarsi e si appiatta dietro i neonati gelsomini... Non potrò, non vorrò forse dirlo, e tu credine ciò che meglio ti piace, ma non ti lagnare.
Vedesti mai le capre inerpicarsi pei greppi a divorare le buccie degli sterpi incarogniti dal vento? Notasti con quanta destrezza profittano delle asperità del terreno montando e arrestandosi indifferenti ed insieme convulse? Così adesso le mie idee si sospendono alle roccie della memoria e del linguaggio per brucare una parola: come le capre sono bianche e nere, giovani e vecchie; alcune belano un saluto al mattino, altre paiono non vedere, non sentire la festa del giorno.
A questo punto un magnifico insetto, pallidamente verde, mi si posa sulla carta: lo conosco di vista; è uno di quei grandi signori che hanno per palazzo una rosa. La sua persona è tanto gracile che sembra camminare con fatica sulla carta levigata; eppure le mie labbra, non ha guari, erravano su carni più morbide delle rose e egualmente profumate!
Sabato mattina Namouna m'entrò in camera, che ero tuttavia a letto, recando una lettera di Carlo — ti aspetto a pranzo. — Io risposi: non vengo: a stasera. Mi alzai, presi un bagno, e, fattomi bello con più cura e minor successo della natura nel farmi brutto, mi chiusi nello studio. Avevo lo spirito coraggioso, lessi, mi posi davanti al mio quadro. Ho dipinto per due ore — è una donna che medita — tu più pessimista di me non gridare: al paradosso! Volevo esprimere il pensiero della sua meditazione e vi sono quasi riuscito, poi una piega dell'abito mi ha costretto a gettare furiosamente il pennello.