Era l'ora del pranzo. Mi sono fatto servire da Namouna. L'ingenua ammirazione delle sue occhiate avrebbe potuto pagarmi di tutti gli immani studi di toeletta, ma lo spirito mi si veniva facendo sempre più grave, talchè finii molto più a bere che a mangiare. Non giovò: come l'ombra si allunga invincibilmente al cadere del sole, la malinconia mi si stendeva sull'anima. Sellai io stesso Lina. È tutta bianca come il seno di una monaca, ha una testina più intelligente della mia e due occhi, che molte signore si augurerebbero; poi sono salito pei più deserti sentieri fino a San Luca. Il sole era curvo sull'Appennino quando mi arrestavo sulla spianata dinanzi al tempio. Mi sovvennero i bei versi del Carducci:

Sol di settembre, tu nel mezzo stai,

Come l'uom che i migliori anni finì

E guarda triste innanzi.

Triste il sole di settembre: triste l'ora, che perduta l'ardente poesia del giorno non ha ancora quella immaginosa del vespero, triste come il volto di donna che fu divinamente bella e perdendo la bellezza della gioventù non prese ancora quella della vecchiaia!

Come la criniera e le redini sul collo di Lina, mi ondeggiavano i pensieri nella mente. Andavo verso il casino di Mimy, quasi indifferente, e sentivo troppo questa indifferenza per crederci.

Il sole calava raccogliendo mano mano i suoi raggi e l'ombra saliva per le falde dei colli: io e Lina inoltravamo a testa bassa.

Avevano lasciato Giulietta ad aspettarmi. Carlo era serio fino alla tetraggine: la sua pelle dal colore dell'avorio ingiallito era passata all'altro dell'oliva acerba, mentre i suoi capelli ammutinati trionfalmente sotto il cilindro sembravano un manipolo di spighe sotto uno staio; Mimy ne rideva dondolandosi al suo braccio come un uccello sopra una fronda.

— Che c'è di nuovo a Bologna? gli ho chiesto ammiccando.

— È scappata la contessa Rina.