— Per questa sera ne ho avuto abbastanza di te; e poi guarda: tua moglie non m'invita.

— Ve ne andate? ella rispondeva con cert'aria di sfida.

— E mi dispiace di lasciarvi in cattiva compagnia; Carlo è idrofobo.

— Ho perduto una causa importantissima: darei dieci anni di vita per vendicarmi di qualcuno.

— Dunque addio.

Uscii dal cancello, ma invece di avviarmi a casa feci il giro del piccolo bosco, fermandomi al cancello aperto quella sera fatale. Era chiuso a catenaccio, colle sbarre vestite di spini: lo tentai inutilmente col piede. Nullameno avevo a passare. Con una pazienza da martire e valendomi del temperino, che ruppi ad un legaccio di ferro, scostai uno ad uno gli spini dalle sbarre tanto da cacciarvi la mano, poi il piede, ma gli spini, stretti da frequenti nodi, appena respinti tornavo a baciare le sbarre baciandomi invece le mani, che mi sanguinavano — però vi feci qualche vano e giovandomene con destrezza inforcai il cancello: davvero che avrei preferito il puledro più ombroso! Se Mimy mi avesse visto in quella posizione ero perduto! Gli spini mi si avviticchiavano alle gambe; posavo sulla punta dei piedi tentando invano di levarne uno senza perdere l'equilibrio: ad ogni momento mille trafitture col pericolo di lacerar i calzoni: pensavo anche ai calzoni. Mi cimentai, levai un piede, traballai, stetti quasi per cadere, mi stracciai le mani; fu un momento di angoscia, cadendo potevo far rumore, e sebbene il bosco fosse deserto... ma non cascare era difficile... lo era troppo, perchè caddi con un ramo di spini nel collo.

Mi fermai a respirare; il sangue mi usciva da molte lacerazioni, sentivo di avere delle spine nelle mani: ci penserà Mimy! Questa risposta mi consolò. Camminavo cautamente fra gli alberi, trepidando più di paura che di amore: se fossi scoperto! Studiavo l'ombra e il silenzio, le fisonomie degli alberi; giunsi al mio ippocastano: ristetti. La finestra del salottino di Mimy era aperta e sotto essa l'inferriata, un'altra volta salita, nereggiava nella tenebra.

— E sia! Mi accostai al muro, afferrai una sbarra e in due slanci fui sulla cimasa, ma colle braccia non arrivavo al davanzale della finestra; allora un'idea m'illuminò, mi sciolsi di cintura la sciarpa romana: la gettai e per fortuna si arrestò al ferruccio, che fissa, chiudendola, il riccio dell'imposta. Tirai e resistè; dunque su a rischio che la sciarpa sfugga... uno sforzo, uno sbalzo e cascai nel gabinetto.

Qui ti lascio.

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