Ero dunque al buio nel salottino di Mimy: respirai di soddisfazione, poi fremetti. Se Giulietta fosse entrata in quel punto e travedendomi avesse gridato dallo spavento... Questa idea mi fece raccapricciare, poi mi rassicurai; il dado era tratto: væ victis! e movendomi con circospezione cercai di riconoscere il luogo, perchè volevo penetrare nella camera di Mimy. Camminavo tentoni col cuore così tumultuante che ne udivo i palpiti: mi fermavo a mezzo i passi: un silenzio e un'ombra di sepolcro mi avvolgevano. Lo scricchiolio elegante delle scarpe mi dava orribili punture, mi sembrava di camminare come i commedianti nelle scene notturne, quando si abbassano i lumi della ribalta, e la ridicolezza dei loro passi e dei loro atti mi colpì così vivamente, che non potei tenermi dal ridere. Afferrai brancicando una poltrona, quella di Mimy: non so perchè respirassi con più libertà adagiandomivi; arrovesciai il capo sulla spalliera ed incrociai le gambe come se fossi nel mio gabinetto.

Rimasi così qualche tempo dimenticandomi Mimy nel sognarla: poi quel bollore di sensi si abbassò e il sogno svanì nelle tenebre. Alzandomi inciampai in uno sgabello, che ebbe la gentilezza di non rovesciarsi: proseguii, giunsi all'uscio, era chiuso. Girai la smaniglia: era chiuso a chiave e sapevo la serratura a scrocco. Presi a voltarla lentamente: ogni percossa del congegno martellavami le tempia: apersi, rinchiusi colla smaniglia: ero nella sua camera.

Non ebbi più paura.

Buio assoluto, tutto chiuso: accesi uno zolfanello. Ebbene, Anselmo, nulla al mondo mi aveva ancora dato la sensazione di quella luce in quella camera dalle pareti in lilla, colle tende bianche e l'aria verginale. Stupii, mi parve strano di essere lì dentro, io un uomo in quella cameretta linda ed innocente! Corsi allo specchio, presso il letto, nascosto da un padiglione di veli: lo stupore mi rendeva più brutto.

— Osceno!

Il fiammifero era ancora a mezzo: alzai una cortina del letto.

Faust ha ragione: la mano trema scoprendo il letto dell'amata. Si potrà guardare indifferentemente la scena più lubrica, nuda la donna più bella, forse la vostra donna, ma il suo letto intatto, bianco, colle trine agli origlieri e ai lenzuoli, tutto bianco, appena odoroso; il letto nel quale ripara la propria nudità, ove si accarezza sospirando o ridendo, ove avrà passate tante ore di solitaria voluttà, godute tante estasi mai confessate, durati tanti spasimi inconfessabili... il suo letto vi commuove, vi confonde. Non ti dirò la sua poesia, tutto fasciato di candidi veli, con una coperta di merletti leggieri: non si vedeva nè legno, nè ferro: molti cuscini alla testiera, la Sacra famiglia di Muller pendente dalla parete colla sua Madonna inginocchiata, la più bella, la più divina e insieme la più umana di quante Madonne io conosca; e ai piedi un'altra gualdrappa bianca, mi esprimerò così nella mia ignoranza dei lavori femminili, pure a merletti gonfi.

Il fiammifero si spense scottandomi le dita.

Se avessi sorpresa a dormire Mimy... ma il lettino era vuoto, era freddo. Decisi di sdraiarmivi sopra, e spolverati accuratamente gli stivali in quel buio mi vi allungai, affondando la testa nei cuscini. Chiusi gli occhi.

Il letto a molle cedeva troppo sotto il mio peso troppo grave: da tutti i drappi si sprigionava un odore sottile, le trine mi entravano nei capelli, mi pareva che il cortinaggio si chinasse per riconoscermi, l'ombra mi accarezzava... Ero ubbriaco.