Aspettai: voleva aspettare Mimy.

Il pensiero le correva dietro, poi divagava come accade sempre nelle situazioni troppo violente e prolungate; le idee più strane, le immagini più bizzarre mi passavano pel capo distraendomi tanto da tormi la coscienza della mia posizione: poi la riacquistavo, e il sangue mi ribolliva improvviso al cuore e alle tempia.

Aspettando mi feci malinconico.

— Povera Mimy! Che cosa mi aveva fatto per trattarla a quel modo, entrarle in camera, entrarle nel letto come un ladro, e chi sa quale spavento proverebbe scoprendomi? Povera donna!... Una statuetta di opale, un raggio di luna gettato da un genio fantastico in una forma femminile: giovane, fragile, chi sa quali fantasmi accarezza nel pensiero, quali passioni nel cuore, ed io infinitamente più brutto vengo ad assalirla, sfondo la siepe del suo giardino e ne calpesto i fiori... Che cosa mi ha fatto perchè io sia giustificato e la mia ombra abbia diritto di offuscare il suo raggio, perchè la mia bruttezza offenda di un bacio osceno la sua beltà; perchè il mio cuore prostituito insucidi il suo cuore poetico, e il mio spirito scettico inaridisca il suo spirito credente? Povera donna! mi diceva con tristezza: ecco il vostro destino; siete bella, confidente, e un bel giorno un uomo vi si accosta inavvertito, vi investe, vi possiede, — piangete, palpitate, v'inebbriate un momento di un senso misterioso, divino; poi l'uomo si leva lento, ributtante, e voi? macchiata, decaduta per sempre dal vostro cielo, inconsolabile. Guai a chi sorge, a chi brilla! Povera Mimy... Il pensiero del dolore, che le avrei dato, m'inteneriva; il mio amore le sarebbe passato sul cuore come un bracco inzaccherato sopra un cuscino di seta bianca... Povera Mimy, povero e tristo Giorgio!

Anche questa malinconia venne meno.

Ero sempre sdraiato sul letto, Mimy tardava: m'impazientivo. Che cosa faceva dunque? dov'era? una idea mi traversò lo spirito infangandomelo; che Carlo voglia rifarsi con lei della marchesa? Il dispetto è così stravagante! non mi ci volli fermare, e mi volsi al muro quasi per addormentarmi. Stavo così da poco quando udii muoversi la smaniglia dell'uscio: mi voltai convulsamente: Mimy entrava col candeliere in una mano e la mandola nell'altra.

Finalmente!

Posò candeliere e mandola sul tavolino e sedette. La vedevo benissimo fra le tende sforacchiate dai ricami; si era già slacciato il nastro della cintura, scomposto sul capo il mazzo delle treccie; sedeva pensierosa nella sua posa abituale. Sospirò: io stentavo a non tradirmi con qualche movimento rumoroso; poi scosse la testa e seguitò a spogliarsi. Finì di sbottonare la veste, di slacciarsi il busto che gettò sopra una sedia: la camicia allentandosi mi rubò i contorni del corpicino delicato; sciolse le altre treccie, che caddero pesantemente sulla veste, e rimase un altro momento meditabonda — a che pensava? a me? Volevo quasi crederlo, ma v'era troppa languidezza nel suo atteggiamento, e allora m'avrebbe adorato! La ragione negava alla mia vanità questa divina compiacenza. Quindi alzandosi andò a sedersi dietro il canterano, così che le vedevo solo un piedino, mentre mutava gli stivalini nelle pantofole; un piedino di fanciulla, grazioso come il complimento di una fanciulla e che avrebbe capito nel cavo della mia mano. Furono pochi secondi: mosse al letto.

Non ti dirò nulla: era amore, rammarico, orgoglio? non so se il cuore mi battesse: non so nulla.

Si avanzava in camicia, sciolti i capelli, bianca, bionda, indifferente...