— No! Giorgio, si raccomandava, incrociando le braccia sul petto: lasciami, mi vesto da me. Ma io badava ad aprirle la veste per fare più presto.

— Ti do un bacio.

— Preferisco di infilarti i calzoni. Ehi! la camicia è troppa lunga. Aspetta.

Caddi in ginocchio e traendomi di tasca il temperino a forbice cominciai a tagliarla come si dipingono le saette. Ridevo: ella voleva indispettirsi e suo malgrado soffiò; ambedue demmo in un riso pazzo, soffocato, così che perdendo l'equilibrio rovesciammo abbracciati per terra.

Quando ci rialzammo, ella mi lasciò seguitare l'amputazione, ma i calzoni troppo stretti, malgrado tutte le mie misure di precauzione ordinandoli al sarto, presentavano difficoltà, che mi facevano scoppiare dalle risa. Pochi piaceri al mondo valgono quello di abbigliare da uomo una donna bella e pudica.

Finalmente fu vestita. Apersi la finestra: la luna sonnolenta erasi tirata sulla testa il lenzuolo di un nuvolone. Incoraggiai Mimy e, disposta la corda, scavalcai risolutamente il davanzale: ella mi seguì, ma spingendo gli occhi nel buio ebbe paura e si ritrasse; dovetti quindi cingerle con un braccio la vita, attirandola così violentemente che mi cadde sul collo: vi si aggrappò. Con quel dolce peso mi calai abbastanza bene lungo la corda per un ginnastico par mio.

La notte era calma.

Legammo il capo della corda all'inferriata.

Camminavamo in silenzio: il paggetto mi dava di braccio. Eppure era una imprudenza la mia! Se Carlo fosse salito allora nella camera di Mimy... Povera donna, come si cimenta per un mio capriccio! Un impeto di tenerezza m'irruppe così furiosamente nel cuore che stringendo improvvisamente Mimy con ambo le braccia mi posi a correre a correre, finchè caddi sfinito sul margine di un fosso.

Allora parlammo. Mimy ha più ingegno di Carlo e più cuore della marchesa di Monero — ti basti questo per giudicarla. Non è facile a parlare, ma se commovendosi alla poesia di una parola vi acconsenta, la sua conversazione ha tutta la voluttà di un amplesso.