Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra una mediocrità trecentista.

A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.

La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese, deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio come Bologna.

Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli! Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico, una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire. In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.

E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di aneddoti sempre gli stessi come i fatti diversi nei giornali — là un cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro elegante per impararne subito il prezzo.

La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre tradizioni.

Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante, artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni sociali.

Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione, ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità; infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.

I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente, forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi, che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene; scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia perdere.

Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.