Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi di passione e di dolore.

Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza, ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!

Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.

Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità i loro personaggi.

CAPITOLO II

Ohimè! neppure il mio specchio mi riconosce più!

Scene della Boemia. — Murger.

«Al fiore che muore sul mattino la rugiada; all'anima, che muore sul mattino, l'arsura divorante del meriggio!

«Il mio cuore era come una vallata alpina, bella di rupi e di abeti; adesso è un campo deserto, pel quale il cacciatore erra tormentando con feroce ingordigia i pochi virgulti e le messi malaticcie. Perchè l'uragano non avvalla dalle cime azzurrine della montagna a sperdervi questo ultimo aspetto di vita?