— Quando la signora Mimy lo permetta, e la fissò; ma la povera fanciulla non sostenne l'occhiata e abbassò gli occhi accarezzando il manicotto.

Carlo e la marchesa si mossero.

— Ringraziatemi, le disse questa sorridendole un ultimo addio: non vi lascio sola.

Mimy rimase colla tenda in mano e seguitò a guardare per la porta, che l'altra era già scomparsa. Allora Giorgio, rimasto estraneo a questa scena così indifferente d'aspetto e viva d'interesse, le si avvicinò sulle punte dei piedi e abbracciandola strettamente per la cintura:

— Sola! ripetè, come l'eco dell'ultima parola della marchesa, della quale s'intese la carrozza rotolare sordamente sulla strada nevosa.

Ella lo guardò senza rispondere.

Giorgio e Mimy erano dunque due amanti, poichè si avevano l'uno e l'altra, e il mondo che incredibilmente vecchio è da lungo tempo positivo, li avrebbe, conoscendoli, giudicati per tali — li conosceva e così li giudicava: amanti non importa se di anima o solamente di corpo. Ma in fatto Mimy non amava Giorgio, almeno come credeva che avrebbe amato amando: ed egli invece l'amava meglio che non lo pensasse e dicesse malgrado l'esaltazione di certe lettere ad Anselmo, che sentivano la smania di autore. Quella donna era troppo delicata per abbandonarsi con voluttà all'uragano di un amore maschile: la quercia si rialza con sibilo beffardo sotto il soffio dell'aquilone, mentre la rosa invece vi si sfoglia: la cavalla di razza s'inpenna superba sotto lo sprone del cavaliere, ma l'agnella si accascierebbe se il pastore volesse montarla: Giorgio in questo caso era il pastore.

Ella soffriva ancora più di questo secondo amore di Giorgio, che del primo amore con Carlo.

Giorgio, essa lo ammetteva, era bello per un uomo: ingegno di filosofo, cuore di poeta, eleganza di artista, una scioperataggine di epicureo, una vita tempestosa sibbene vuota di avvenimenti: una agitazione febbrile in tutte le azioni, una superiorità aristocratica su tutte le persone, una disperazione latente che si scopriva tratto tratto in uno slancio lirico: tutte queste qualità e questi difetti lo rendevano un amante ideale e quasi da romanzo, molto più che a Bologna era il re della moda e tutte le signore dell'alta società si disputavano la sua corte o almeno un suo elogio — era bello nell'anima e anche nel corpo, nonostante la mediocre purezza delle sue forme vaghe di quella inesprimibile eleganza, che l'arte non ha saputo ancora rendere ed è la più irresistibile di tutte le seduzioni: era bello e non lo amava: anzi si dibatteva nel suo amore senza la forza di liberarsene.

Quella passione egualmente sfrenata nella voluttà che eccelsa nel sentimento la commoveva a suo dispetto: il vento la investiva sollevandola in alto in alto, ma appena quietava, ella ridiscendeva in sè medesima e la coscienza la rimordeva di essere lo zimbello e il carnefice di una passione non contraccambiata, dopo di aver tradito un uomo per un altro uomo. Allora la bella infelice scoppiava in pianto, o aprendo il giornale, di cui già leggemmo qualche pagina, cedeva al prestigio del suo eterno pensiero di amore, e scriveva.