Nè a Giorgio, poeta e uomo di spirito, era sfuggita quella inquieta preoccupazione.

— Mimy, le disse un giorno, che la sorprese in lagrime, Carlo ti rende infelice: vuoi abbandonarlo? Andremo in Svizzera, starai sempre meco.

Senonchè Mimy per risposta si era sforzata a rattenere le lagrime e non si era più mostrata piangendo.

Ma Giorgio non si appagò; stranamente infelice egli medesimo, ovunque sospettasse un dolore nascosto lo perseguiva forse per una misteriosa affinità, forse per l'egoismo di non essere solo a patire: e questa volta la lusinga era tanto maggiore che, per servirci di una sua espressione, quel dolore era un velo, dietro il quale si celava la parte migliore di Mimy. Quindi le era sempre intorno per indovinarla, ma ella se ne accorgeva, si schermiva, e come donna vinceva. Tutto era vano; generalmente Mimy finiva col sorridere mestamente al suo armeggio, e quando lo vedeva stanco, gli stringeva la mano per compenso e si lasciava baciare.

Una volta egli toccò della marchesa, dicendole che ne era innamorata: Mimy vi convenne troppo facilmente, ed egli non vi pensò altro.

In questa guisa durava da qualche tempo; il carnevale era vicino. La marchesa veniva raramente da Mimy; Giorgio quasi ogni giorno e più di una volta; Carlo non si accorgeva di nulla come marito e come innamorato di Elisa, che lo teneva al guinzaglio come un orso, facendolo ballare con un complimento o un epigramma. Ma già cominciava a susurrarsi di questa simpatia dei due cugini, e poichè Mimy era molto bella e Giorgio il re della moda, signore ed eleganti vi si interessavano mordendo così, che con tutto il suo spirito egli stentava non poco a fronteggiare quell'armata di calunnie e di pettegolezzi.

Ella non usciva più dal suo appartamento. Lo aveva tutto rinnovato con gusto abbastanza artistico per la modica somma e una città come Bologna: le pareti erano in mussoline persiane, le tende in lana, i mobili di acajou e in seta, gli intagli non dorati; aveva un gabinetto color di rosa, soffice, femminilmente soave, e una camera da letto di un azzurro cupo e severo — ecco tutto: passava spesso le intere giornate nella camera da letto seduta sopra una lunga poltrona ricamando, leggendo o meditando.

Ogni giorno si faceva più pallida e più bella: molle della persona come una Ondina, dimagrando insensibilmente perdeva in mollezza e guadagnava in sentimento: e poichè l'istinto del bello e della civetteria è inestinguibile nella donna, aveva cangiata pettinatura accomodandosi i capelli lisci sulla fronte come le madonne e lasciandone cadere sulla spalla un riccio mal inanellato o una treccia incompiuta.

In quella camera riceveva Giorgio. Aveva fermamente rifiutato i convegni in un'altra casina, come sogliono usare gli amanti, perchè mettere all'amore l'orario e il domicilio, le sarebbe parsa l'ultima degradazione.

— Perchè non tieni qualche vaso di fiori? li ami tanto e ti somigliano tanto! le aveva dimandato un giorno, che ella era più triste.