— Potrebbe essere un triste regalo.
— Del Pino, mormorò Carlo con uno scoraggiamento, nel quale sentivasi tuttavia molto orgoglio, avrà dunque più spirito che io non abbia ingegno!
La marchesa non rispose e si accomodò un riccio sulla fronte.
Chiusa nell'abito di velluto nero, la sua persona forse un po' pingue, un difetto che avrebbe rapito di ammirazione Tiziano e Rubens, aveva in quella attitudine una sveltezza assolutamente nuova, che la ringiovaniva senza farle perdere i pregi della maturità: un collo stupendo, il seno gonfio, la forma di un braccio che si disegnava, un piccolo piede che spuntava dalla veste, e due mani così morbide e nervose, che promettevano carezze insopportabili nella voluttà — e dal volto una espressione di saffica poesia, che le pioveva sul corpo avvolgendolo come in una luce... Era impossibile guardarla, esserle vicino, toccare colle pupille l'opaco pallore di quelle carni, sfiorare il turgore di quel seno, contemplare quella faccia così nobile e così cortigiana e non amarla subito, irresistibilmente... Forse un osservatore abbastanza vecchio per mantenersi calmo avrebbe sorpreso qualche civetteria nella posa e qualche studio nella espressione, ma erano egualmente irresistibili e bisognava sentirle anche non credendovi.
Carlo invece credeva.
Le prese audacemente una mano:
— Amate! ripetè quasi svegliandosi da un sogno. Chi parla di amore? siete voi!
— Sì: non lo amate?
— Amate! quale strana domanda! forse che nel mondo si vive e si muore di amore? Si coglie un fiore, si odora, si gitta — ecco tutto, e voi parlate di amore...