Un rumore di passi e di voci al di sopra lo fece voltare. Due contadini venivano sghignazzando.
Quando gli furono presso, uno esclamò:
— E quel zuccone innamorarsi a quarant'anni! va là, che con un'altra donna in casa si deve star bene...
— Le case vorrebbero essere rotonde con una donna per cantone.
— E a quelli che s'innamorano aguzzargli i pali sulla schiena e piantarglieli... — ma si arrestò per rispetto dell'avvocato; senonchè il dado era ormai tratto e scoppiò a ridere volgendosi al compagno.
Carlo, che aveva inteso, li guardò allontanarsi così allegri, e mormorò tristamente:
— Hanno ragione.
I due contadini erano scomparsi; Carlo rimase ancora solo. Come tutto era bianco e freddo! Attendeva sempre, ma l'anima in quella aspettazione gli si prostrava invece d'impazientirsi. Tutta la sua energia l'aveva consumata nella notte. Oramai si rassegnava ad essere venuto inutilmente: i contadini avevano proprio ragione: egli era stato un imbecille innamorandosi a quarant'anni la prima volta!
Vennero le dieci, e stanco di quell'immobilità ritornò sui propri passi alla curva della strada, dalla quale si vedeva fino quasi alle mura, e nessuno! Sospirò, risalì, si spinse per la strada di San Michele, tese l'orecchio, acuì lo sguardo. Allora fantasticò, disse che la marchesa mancherebbe all'appuntamento, che non amava Del Pino, che aveva negato di venire all'Assisie per metterlo alla prova; ma nel più bello di questa argomentazione trionfante una voce sorse dal fondo della coscienza e gridò: no. Si smarrì, divagò, suppose un'altra passeggiata a San Luca, alla Certosa: quei due erano così stravaganti! Suppose che non la facessero, che fossero tuttora a letto, languidi della notte... Fu una idea micidiale, che volle invano respingere e che gli ravvivò tutti i dolori sofferti... Intanto il tempo passava.
Le dieci ed un quarto, poi le dieci e mezzo: la seduta doveva cominciare alle undici.