— Badate, egli le disse commosso da quella ostinazione: tacendo potete pregiudicarvi ed essere condannata nel capo.

— E poi?

Carlo la guardò: in quel punto era bella.

— Somiglia quasi alla marchesa, e si volse udendo aprirsi la porta delle signore: entrava la principessa di San Marciano: nuovo rumore nella sala.

Il còmpito del Pubblico Ministero questa volta era assai facile, giacchè la rea si era accusata di per sè quanto lo si potesse: però il coscienzioso magistrato non volle venir meno al suo carattere di sicario della legge e si scagliò contro la donna colla maggior collera artificiale. Il suo discorso, breve ma noioso, fu un continuo scoppiettio di razzi rettorici, di sentenze morali: a sentirlo, la società aveva bisogno di quella testa per reggersi sui cardini, o tutto era perduto, la morale, il matrimonio, la famiglia, il mondo, Dio e probabilmente ancora qualcunaltro.

L'accusata non si scosse, o avesse un cuore molto duro o una mente molto distratta.

Rispose primo e vantando la irresistibile eloquenza dell'accusa il compagno di Carlo, ma la sua difesa, basata unicamente sul fatto, somigliò all'altro discorso, come si rassomigliano quelle coppie di fantocci che ornano i caminetti, e avrebbe potuto passare inosservata anche con vantaggio dell'oratore. Venne la volta di Carlo.

Vi fu un leggero bisbiglio, poi un silenzio di statua.

Carlo si levò.

L'accusata lo guardò curiosamente: il difensore era più pallido della rea.