Stette un momento colle mani appoggiate sul banco e la testa china, poi l'alzò alteramente e con voce prima lenta, poi mano mano più sonora e concitata proruppe nel mezzo della questione. Il delitto era un delitto di amore, l'ostinazione della pallida accusata nel rifiutare ogni spiegazione il pudore della passione; e qui ebbe movimenti di vera eloquenza. S'indirizzò ai giurati, e cacciandosi nei laberinti di quell'anima, che non conosceva, li trasse seco frementi, li aggirò a lungo negli umidi sotterranei ove germinano le idee e i sentimenti: mostrò loro quelli che insinuandosi per i crepacci delle volte arrivavano all'aria aperta ed al sole, gli altri meno fortunati che strisciavano al suolo o si abbarbicavano alle pareti, talora giungendo ad abbracciare le radici delle piante felici e a soffocarle colla dolorosa vendetta del vinto. L'analisi era viva, colorata, sensibile a tutti malgrado la sua finezza; commosso commoveva, onde accorgendosene ad una pausa si spinse oltre all'attacco, e negò quella testa al carnefice, negò alla società il diritto di morte, negò infine la colpa alla passione: fu oratore, fu quasi poeta, fu potente. Come fosse la cima di un monte vi salse prima correndo, poi ridiscese e risalì indicando alla gente ove mettere il piede negli scoscendimenti delle roccie: la salita era terribile, massime per gente borghese, ma l'avvocato ascendeva colla fronte luminosa: la sua voce toccava, blandiva, sferzava — bisognava buono o malgrado seguirlo, senonchè riguadagnando per la terza volta l'aerea cima cadde stanco egli stesso e dovette chiedere al presidente qualche minuto di riposo fra uno scoppio spontaneo, irresistibile di applausi.
Tutti guardavano verso di lui e verso la rea, che ammaliata da quella potenza lo fissava immobile.
Carlo era ricaduto colla fronte nelle mani.
Si voltò alle signore e non vide la marchesa, bensì Del Pino.
— Crudele! mormorò fra i denti.
Ritornata dalla passeggiata, perchè non veniva alle Assisie?
Questa durezza incomprensibile lo prostrò: fino allora aveva sperato e spesso nel calore della improvvisazione, udendo schiudersi la porta, sbirciava.
Se ella fosse venuta, quella testa era forse salva!
Dovette proseguire: senonchè tutto era in lui cambiato, persino il gesto e la voce; al bello e temerario oratore succedeva un floscio avvocato, che invece di negare quella testa la mercanteggiava cogli articoli del codice: e il discorso durò un'altra ora interrompendosi per ripetersi zoppicante, snervato, disgustoso; e svanita nel giurì e nella gente la prima impressione, il delitto riapparve nella sua luce sanguigna; il carnefice ridistese verso la testa della accusata la mano dianzi ritirata con ispavento. Nè a Carlo questo sfuggiva: sentivasi realmente venir meno, non aveva altra voglia che di finire, ma come accade spesso la parola gli avea rubata la mano, ed egli andava innanzi senza pensiero, quasi inseguendola...
Finalmente tacque e al suo tacere sorse un bisbiglio di disapprovazione. Che cosa gli importava della folla? Degli applausi o dei fischi di chi non poteva apprezzare il suo ingegno nè attirare il suo cuore? Fischi ed applausi della moltitudine, aria percossa! In quella sala, peggio in quella folla, gli pareva di soffocare; sarebbe fuggito, se il compagno non lo distoglieva come da un atto indecente verso l'accusata, la quale lo guardava più intensamente di prima, quasi per leggergli in volto la passione, che lo aveva reso tanto dissimile da sè stesso in così breve lasso di tempo.