Il presidente le chiese se avesse altro da aggiungere in sua difesa.

— Nulla, rispose levandosi e lanciando al Pubblico Ministero un'occhiata di disprezzo; se non che pregare i miei giudici di accordare la mia testa a quel signore, purchè ritiri almeno la metà delle insolenze che mi ha prodigate con tanto coraggio.

Questa risposta fu una folgore e tutti ne rimasero interdetti, perfino il presidente, egli stesso tanto avvezzo a strapazzare gli accusati.

Il Pubblico Ministero, lo constatiamo con grande compiacenza, pregando ognuno dei nostri innumerevoli lettori di crederlo per quanto incredibile, fu ancora abbastanza uomo per arrossire di sè stesso. Oh! il rossore di tale che non vive se non perchè si uccida ed è stimato in proporzione delle vite immolate; che per mestiere odia i caduti e li calpesta, che cuccia il dito nelle piaghe e le lacera, e più trionfa, più la vittima si contorce nello spasimo, oh! il suo rossore consola, perchè ci rassicura della nostra spiritualità sempre viva nell'ombra e nel fango di ogni opera umana...

L'avvocato era sulle spine: sapeva di aver perduto la causa; ma troppo incallito nel mestiere per provarne rimorso, e troppo orgoglioso per avvilirsi di un insuccesso, non pensava che a correre subito dalla marchesa per domandarle una spiegazione. Da due giorni aveva il cuore così gonfio di opposti sentimenti, che non versandone parte in un colloquio gli pareva di scoppiare.

I giurati ritornarono dalla camera: il verdetto portava la condanna del capo.

L'accusata l'accolse in piedi in attitudine modesta ma impenetrabile: non una nube le oscurò la fronte, non ebbe una contrazione alle labbra, un palpito nel petto; guardava colui che leggeva, poi girò gli occhi sul pubblico e più di una fronte legalmente pura si abbassò dinanzi alla pallida fronte della moribonda.

II Pubblico Ministero non potè frenare un sorriso di trionfo, nè Carlo la propria smania, e fuggì.

Corse diffilato al palazzo Fantuzzi.

— La signora marchesa è in casa?