E non invidio ai re,
Nè le regine splendide,
Nè le corone d'or,
Le Urîs al cielo; un raggio
Mi basta del tuo amor.
Tremavano ancora le ultime note della mandôla, che l'uscio segreto si aperse e comparve la cameriera della marchesa accennando all'avvocato di entrare. Questi cadde da una meraviglia in un'altra maggiore, perchè la fanciulla non aveva altra veste che un ampio mantello azzurro, sotto al quale si vedevano i piedi stretti in sandali colle corregge egualmente azzurre: era accesa nel viso e le treccie nerissime le cadevano disordinate sul manto.
Egli ubbidì al suo gesto grazioso e le passò innanzi senza osare uno sguardo, ma entrando nell'altra stanza si fermò percosso sulla soglia. Era uno spettacolo degno delle Mille ed una Notte! Quella stanza era una tenda di damasco violetto a fiori giallognoli, la quale cadeva in ampi panneggiamenti intorno a quattro colonne di bronzo sopra un tappeto certamente orientale, tanto era bizzarro nel disegno e splendido nel colore. Un canestro di filigrana d'argento sospeso alla vôlta e colmo di gaggie esalava un odore dolce e penetrante: sotto di esso quattro tartarughe sostenenti una grossa lastra di acciaio brunito formavano un tavolino cinto da cuscini neri ricamati d'oro: sul tavolino fumava ancora una tazza di caffè presso un enorme dente di elefante bucarellato da infinite sigarette; e in un canto, sovra un magnifico letto di bronzo, coi piedi a grinfe d'aquila in gran parte nascosti da una coperta di raso violetto, stava la marchesa sdraiata in un costume simile a quello della cameriera, ma tutto bianco e senza sandali ai piedi.
S'appoggiava a una bica di cuscini, nudo un braccio sotto il capo scoprendo un po' di spalla, ma il manto avvoltolato strettamente le disegnava tutto il corpo. Era appena colorata in viso, gli occhi le splendevano e le splendevano le labbra e i capelli ancora più neri dei cuscini. Da un lato del letto luccicavano la sua grande arpa d'oro e uno specchio; la mandôla era sul letto, e sulla sua cimasa sopra una mensola di malachite olezzava un altro canestrino di fiori. A piedi del letto nuda sopra una pelle d'orso bianco, stava Zisa la mora. Vedendo entrare l'avvocato Zisa si alzò e le sue catene d'argento, come aveva cantato, tintinnirono. Infatti un collare sfolgorantemente brunito le serrava il collo, un altro in forma di cinto le reni e due altri gli stinchi e due i polsi e due le braccia, ma congiunti fra loro con catene di un bianco appannato. I capelli sciolti e cresputi erano costretti sulla fronte da un diadema di coralli meno rossi delle sue labbra, come l'argento era meno candido dei suoi denti. Più alta e più svelta della marchesa, Zisa era ancora più robusta: le sue forme erano di una forza e di una delicatezza inesprimibili; l'anche e le spalle superbe; ineffabile il seno, più rotondo che nella Venere; il ventre piccolo e lustrato come di onice, le giunture stupendamente fini.
Una bella levriera le stava sdraiata ai piedi.
— Siete proprio voi? esclamò la marchesa senza scomporsi: avanzatevi dunque, si direbbe che vi faccio paura.