La marchesa corse allora sulle proprie forme collo sguardo, quasi per accertarsi di meritare il rimprovero: egli seguiva con gli occhi gli occhi di lei, e siccome la marchesa tardava a rivolgerglieli, le prese la mano libera sul letto e la strinse.

— Per carità spiegatevi.

— È troppo difficile.

— Temete che non vi comprenda? sono dunque imbecille?

— L'ingegno, chi ne dubita? ma il cuore...?

— L'ho, ve lo giuro.

Ella tacque e guardò il gruppo delle schiave, che distratte fra loro non parevano prestare alcuna attenzione a quel dialogo.

— Iela! si volse chiamando la bella levriera: dammi un bacio.

Alla voce della padrona l'animale fe' uno sbalzo e si mise tosto a lambirle la mano con tanto amore che gli si dovette imporre di cessare: poi la marchesa chiamò Zisa ripetendole lo stesso ordine e le tese un piede così impercettibilmente, che l'avvocato non accortosene, sorrise alla scelta della mora di baciare quel candido piedino: indi Sulema, e questa la baciò sulla bocca appoggiando una mano sul cuscino, così che egli sorprese fra i loro seni lo sfiorarsi delle loro labbra. Ambedue le schiave si muovevano con disinvoltura di donne perfettamente vestite.

— Adesso scegliete, gli si rivolse la marchesa: datemi un bacio.