Il suo accento era così sconsolato che Giorgio ne fu commosso.

Si levò, ella gli tese la mano.

— Perdonate, disse non badando all'impeto col quale gliela stringeva, se vi sono causa di dolore: so che mi amate più di quanto mi meriti, ma non posso amarvi e non voglio ingannarvi; lasciatemi questa ultima onestà.

Un singhiozzo le tagliò la voce.

— Mimy! gridò appressandosele.

— Oh! andate, ve ne prego, e lo spingeva dolcemente.

Egli indietreggiava sempre guardandole negli occhi tremoli di lagrime.

— Ditemi almeno perchè piangete, se vi debbo perdere; darei la metà della vita perchè piangeste per me.

— Cattivo! se lo sapeste... vi pentireste di questo desiderio.

L'indomani, nell'ora che Carlo entrava alle Assisie, egli ritornava da Mimy, ma Giulietta gli disse che la padrona era a letto indisposta e non riceveva visite: il volto della buona fanciulla era così triste che Giorgio non dubitò un momento della sua sincerità. Però insistette per essere ammesso, promettendo che si fermerebbe nel gabinetto a guardare nella camera dal buco della serratura, e le offerse per prezzo del favore un ricco anello che portava in dito — tutto fu inutile. La fanciulla, sebbene scossa un momento dallo splendore del dono, trovò nel suo affetto per la padrona abbastanza forza contro l'avarizia.