Giorgio dovette andarsene dopo avere scritto sopra una carta da visita questi due versi dell'Aroldo:

Ei che ama

Delira. Amore è frenesia. Peggiore

Però del male il risanare estimo.

Ritornò la sera e scelse l'ora del pranzo per eludere la consegna di Giulietta: infatti li trovò a tavola. Mimy lo salutò freddamente, Carlo gli fece appena un cenno col capo. Era burbero, l'altra languida e sofferente. Scambiarono qualche parola con fatica.

Appena finito il pranzo ella si ritirò.

Rimasti soli, Giorgio che sapeva di dominarlo malgrado la grande sproporzione di dottrina, affrontò risolutamente Carlo parlandogli della marchesa: ma questi esacerbato dalla scena poco prima subíta e inadatto a una guerricciuola di motti esplose, felice di avere qualcuno contro cui sfogare l'amarezza concepita contro sè stesso. Era come una rivolta di plebeo contro un nobile, e quindi senza misura. Carlo giunse fino alle insolenze. Se Giorgio non fosse stato buon gentiluomo e uomo di spirito chi sa come finiva; ma potè a stento troncare la scena e coprirsi la ritirata con un motto brillante come un razzo. Partì in modo che ritornare non era punto facile.

Così passarono più giorni. Il secondo era stato per Mimy giorno di ricevimento. Molte signore della ricca borghesia le si erano recate in visita. Già nella città vociferavasi degli amori di Carlo per la marchesa di Monero e di Giorgio per Mimy, cosichè il pettegolume vi ricamava sopra le più minute e false storielle, e siccome gli amanti erano tutte persone di levatura, si faceva loro l'onore di un più cieco accanimento, di una più acerba maldicenza.

Tutti gli oziosi, dei quali la vanità soffriva a contatto di ogni notorietà, si godevano alle calunnie propalate, come gente assiderata al sole: oramai nei club e nelle case non si parlava che delle stranezze del conte De Vinci, il quale già dissestato finiva di rovinarsi nei più pazzi capricci; e di Carlo, che geloso di Del Pino, il favorito della marchesa, non compariva più in tribunale o comparendovi vi commetteva, mal preparato o distratto spropositi da principiante.

Dal barbiere alla modista, dal pizzicagnolo al patrizio tutti erano occupati dello stesso soggetto, tutte le fantasie sbrigliate nel medesimo campo, tutte le malignità sguazzanti nel medesimo pantano — alcuni lioncelli della moda passavano dieci volte al giorno sotto le finestre dei nostri personaggi, quasi nella speranza di sorprendere una scena; e delusi la inventavano, conchiudendo forse per crederla a forza di ripeterla. I vicini del palazzo Fantuzzi e della casa Mimy stavano alle finestre colla costanza delle sentinelle: le borghesi s'invelenivano contro questi amori così forti da attirare tutti gli sguardi della città, le patrizie ingelosivano che Mimy, una borghese, fosse la principessa reale di Bologna e il più splendido degli eleganti ne andasse pazzo; gli avvocati e la gente seria dicevano cose orrende di Carlo, fingendo di compiangere il suo amore disgraziato per una donna, forse una avventuriera, di costumi insopportabili, che aveva ancora più amanti che cameriere. Si parlava di tutti loro come di un gruppo di soli discesi ad appollaiarsi sui merli della torre Asinelli.