La festa era splendida quanto lo consentiva il palazzo e la città: anzi a Bologna non se ne erano mai vedute di simili. Il vasto scalone non si riconosceva quasi, vivamente illuminato da globi bianchi e con una moltitudine di vasi disposti in bell'ordine sulla balaustra e pei pianerottoli. Si entrava per un vasto stanzone dipinto goffamente di trofei antichi e col soffitto a grandi quadri di grossi travi, che punto modificato contrastava colla luce e la verzura profusa nell'atrio e nella seconda anticamera scomparsa dietro un'armatura, coperta di piante e di fiori, una immensa e fantastica capanna coi muri di frondi e il pavimento di aiuole — follia di prezzo e di gente aristocratica. Da questa si passava nel salone irriconoscibile. Spariti tutti quei mobili quasi funebri nella loro serietà, una cornice di semplici divani teneva luogo di loro tutti e lasciava nel mezzo uno spazio sufficiente per le danze di un gran numero di coppie. Il vecchio lampadario di Murano sfolgorava raddoppiando per migliaia di riverberi il lume delle candele; quattro immensi specchi riproducevano all'infinito la loro vacuità aspettando qualche scena che la riempisse. Due anticamere e un salone, una miseria di locale dissimulata dalla splendida improvvisazione degli addobbi.

Fuori nevicava, ma una gran gente di piccola borghesia e di plebe stava sotto il portico e i più intrepidi giù nella strada, fino sul portone, per riconoscere gli invitati e i loro costumi, perchè la festa era annunziata in costume — novità che aveva sollevati tutti gli animi e occupati tutti i discorsi della città nei pochi giorni che l'avevano preceduta. Ora i costumi comparivano e i reietti della festa volevano almeno vederne una volta i beati, non badando che questa invidiosa ammirazione faceva appunto i tre quarti della loro beatitudine. Gli invitati scendevano rapidamente e più rapidamente infilavano lo scalone, la notte essendo fredda e ventosa: ma giungevano infinitamente più fiaccheri che carrozze, triste augurio per la festa.

La veglia già animata andavasi mano mano gremendo. Sebbene fosse in costume, molti uomini passeggiavano però in abito nero e molte donne in abiti volgari. La marchesa faceva sola gli onori di casa in un magnifico costume di Notte. Una leggiera vesta di velo, quasi tessuta di fumo, le scendeva vaporosamente dalle spalle in strascico lungo, fluttuante, disegnandole appena la persona, che diventava quasi più alta e delicata: il voluttuoso ma troppo rubusto rilievo delle ànche scompariva nel panneggiamento, e il seno, tradendosi appena nella parte superiore s'impiccioliva. Un altro velo le avvolgeva indescrivibilmente la fronte, parte celando e parte scoprendo i capelli, e scendeva sull'alto della vesta e non finiva che allo strascico come un lembo di nuvola sopra una nuvola, che il vento respingesse con una intenzione di voluttà. Molte perle rotolate fra le pieghe dei veli imitavano la rugiada, e un grosso e unico brillante sulla fronte le brillava come stella. Nulla di bianco se non la faccia e le braccia che uscivano nude di sotto a veli bizzarramente, uniti alle spalle: non un lembo di camicia o di sottana, di trina o di merletto; il piede coperto da una calza nera e calzato da una pianella egualmente nera, trapunta di brillanti, si mostrava a quando a quando e spariva.

Quella sera la marchesa superava sè medesima, e se un difetto poteva rimproverarlesi, era un'aria di calda sensualità, temperata dal fantastico del costume; ma se ne era accorta e aveva migliorato il portamento, sempre audace, con una incertezza di moti e di gesti quasi originali.

Gli uomini l'ammiravano desiderandola, le donne tacendo.

La festa crebbe, arrivò l'aristocrazia e con essa i costumi. Abiti quasi tutti dell'ottocento negli uomini e nelle donne: qualche abate di Luigi XIV, qualche Maria Stuarda, qualche villanella romana: elegante solo la principessa di San Marciano, vestita come si dipinge la Pia de' Tolomei, e quasi somigliandole; la marchesina Del Pino, la più gracile e la più gentile, trasformata in Ofelia.

Le danze erano incominciate.

Dopo il primo valzer della marchesa con Del Pino, abbigliato graziosamente da Raffaello, giunsero Carlo, Mimy e la baronessa: il primo in abito nero, Mimy incantevolmente vestita da Margherita, la baronessa cammuffata da Aurora. Veramente l'Aurora si levava un po' tardi, ma rossa di veli, di sete e fino nel naso, che sotto una brinata di cipria arrossiva modestamente di questo ultimo trionfo della sua padrona.

— Nevica, disse all'orecchio di un'altra signora come ella senza costume, e forse senza costumi, quella Agnese già vicina di Mimy in villa e per una volta amante di Giorgio: guarda la baronessa, come le si è imbiancato il naso.

— Sarà per dare il buon esempio ai capelli che si ostinano a parer neri.